Hegseth: l’Iran si muove nella nostra direzione. Da Singapore la minaccia: “Pronti a riprendere le ostilità”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Esteri
-
SINGAPORE. Mentre il mondo trattiene il fiato in attesa di una decisione che appare ormai imminente, il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha voluto chiarire senza troppi giri di parole la posizione di Washington, intervenendo a margine del prestigioso Shangri-La Dialogue, il forum sulla sicurezza che in questi giorni riunisce a Singapore i vertici militari di mezzo mondo.
dire
+3
Secondo quanto riferito dallo stesso Hegseth, i colloqui con Teheran, nonostante la complessità del dossier nucleare e le annose tensioni per il controllo dello Stretto di Hormuz, sarebbero stati finora “produttivi”, con la controparte iraniana che si starebbe “muovendo nella nostra direzione”.
Un’apertura, quella del Pentagono, che cela però un’implicita fiducia nella forza: “Penso che sappiano dove deve andare a finire”, ha aggiunto il segretario, suggerendo che il margine di manovra per i diplomatici sia in realtà piuttosto ridotto. ilmanifesto +3
Il “grande accordo” e la linea rossa di Trump
Non si tratta, va detto, di una concessione dettata dalla buona volontà. Hegseth è stato esplicito nel ribadire le condizioni poste dalla Casa Bianca, dove Donald Trump siede ormai da più di un anno.
Qualsiasi intesa, per essere ratificata, dovrà necessariamente tradursi in un “ottimo accordo” per gli Stati Uniti – un “great deal”, per usare le parole del capo del Pentagono – e per la sicurezza globale.
Un concetto, questo, che richiama la linea dura sostenuta dal presidente, il quale ha più volte ribadito di non essere disposto a firmare un testo che non ritenga vantaggioso. rainews +3
E a sostegno di questa posizione, Hegseth ha voluto aggiungere un dettaglio non secondario, quasi una minaccia latente rivolta ai negoziatori iraniani: la capacità di Washington di riprendere le ostilità rimane intatta, anzi, si potrebbe dire potenziata.
“Le nostre scorte sono più che adeguate a questo scopo”, ha dichiarato il segretario, sottolineando come l’amministrazione abbia saputo bilanciare munizioni di precisione e armamenti più tradizionali, posizionandosi in una posizione di forza tanto in Medio Oriente quanto nel resto del globo. rainews +3
La tregua in bilico e lo stallo sullo Stretto di Hormuz
Sullo sfondo di queste dichiarazioni, che suonano come un avvertimento a chiare lettere, si staglia l’incertezza sul futuro della tregua siglata ad aprile.
Secondo fonti vicine ai tavoli diplomatici, la Casa Bianca starebbe valutando una proposta per prolungare di altri sessanta giorni il cessate il fuoco, una proroga che darebbe fiato ai negoziati ma che per ora resta in bilico, in attesa del via libera definitivo del presidente. dire +3
Le indiscrezioni, se da un lato raccontano di un’intesa vicina, dall’altro rivelano crepe profonde: restano infatti aperte le spinose questioni legate al programma nucleare – con Trump che chiede lo smantellamento delle scorte di uranio arricchito – e la paralisi dello Stretto di Hormuz, quel passaggio strategico per il commercio petrolifero mondiale dove Teheran continua a esercitare la sua pressione. repubblica +3
Hegseth, dal canto suo, ha liquidato le pretese iraniane sul controllo delle acque con una certa fermezza, rivendicando la supremazia navale a stelle e strisce e avvertendo che eventuali pedaggi o blocchi sarebbero inaccettabili. ilmanifesto +3
Il monito del Pentagono: “Pazienza, ma non troppa”
In questo clima di alta tensione, dove ogni dichiarazione pubblica pesa come un macigno sul piatto della bilancia diplomatica, Hegseth ha voluto infine consegnare un messaggio di “pazienza controllata”. Trump, ha spiegato, è disposto ad attendere l’esito dei negoziati, a patto però che l’accordo finale sia solido e all’altezza delle aspettative. dire +3
Una pazienza, quella del presidente, che non è però sinonimo di debolezza, come dimostra la netta presa di posizione del Pentagono: “Siamo più che capaci di riprendere le ostilità, se necessario”, ha scandito Hegseth, ribadendo un concetto che a Teheran è stato recepito senza ombra di dubbio. Il rimando è chiaro: se la diplomazia dovesse fallire, la porta a una soluzione militare è già spalancata. rainews +3
“Solo un presidente”, ha concluso Hegseth con una punta di retorica, “è stato disposto a mettersi in gioco dopo 47 anni per garantire che l’Iran non fosse in grado di dotarsi di armi nucleari”. Parole che, consegnate alla platea asiatica dello Shangri-La Dialogue, assumono il valore di un ultimatum formale, un capitolo cruciale in una partita che potrebbe decidere gli equilibri dell’intera regione. rainews +3




