L’Abruzzo in preghiera per Papa Francesco, tra messe solenni e ricordi condivisi

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La scomparsa di Papa Francesco, spentosi all’età di 88 anni, ha lasciato un vuoto che oltrepassa i confini della Chiesa cattolica, toccando anche chi, pur distante dalla fede, ne ha riconosciuto l’umanità e l’impegno. In Abruzzo, dove il legame con le tradizioni religiose resiste nonostante il declino delle vocazioni e l’invecchiamento dei praticanti, le arcidiocesi hanno organizzato celebrazioni per onorarne la memoria. A Pescara, nella cattedrale di San Cetteo, monsignor Tommaso Valentinetti presiederà una messa solenne, invitando i fedeli a unirsi in un momento di raccoglimento che va oltre il rito, diventando occasione per riflettere sull’eredità di un pontefice che ha cercato, fino all’ultimo, di "stare tra la gente".

Non solo in Abruzzo, però, il dolore si è tradotto in preghiera. A Torino, dove mercoledì sera il cardinale Roberto Repole ha guidato una veglia nel Duomo, centinaia di persone hanno ascoltato le parole di chi ha ricordato Francesco come un uomo "spontaneo e gioioso", capace di spendersi senza riserve, persino quando la salute avrebbe consigliato prudenza. «Forse i medici avrebbero voluto che si preservasse», ha osservato Repole, sottolineando come il Papa abbia invece scelto di vivere fino in fondo la sua missione. Un’immagine che si allontana dall’austerità spesso associata alla figura papale, avvicinandosi piuttosto a quella di un pastore che ha fatto della vicinanza ai fedeli il suo tratto distintivo.

Quello che sta emergendo in queste ore, al di là delle formalità liturgiche, è un lutto popolare che trascende le divisioni, coinvolgendo anche chi ha avuto riserve sul suo pontificato o ha guardato alla Chiesa con distacco. Non si tratta, come qualcuno potrebbe pensare, di ipocrisia collettiva, ma di un sentimento autentico, radicato in un paese dove religione e identità si mescolano da secoli. La devozione italiana, del resto, è fatta di gesti che sfuggono alle definizioni rigide: un segno di croce fatto per abitudine, una candela accesa in un momento di difficoltà, il rispetto per una figura che ha saputo parlare anche a chi non frequentava le parrocchie.

A Bergamo, dove il legame con Francesco era particolarmente forte per la sua ammirazione verso Giovanni XXIII, il vescovo ha ricordato come il suo magistero abbia insistito sulla "gioia del Vangelo", lontana dalla facile allegria ma capace di affrontare la croce senza perdere la speranza. «La gioia cristiana», ha detto citando le parole dello stesso Papa, «non evade dalla sofferenza, ma nasce dalla certezza di non essere soli». Un messaggio che, in un’epoca segnata da individualismi e crisi di senso, ha trovato ascolto anche fuori dai recinti religiosi.

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