La “Spaghetteria n.1” e l’errore fatale: Angelo Pizzi, il caposala che non doveva morire

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Bisceglie, cittadina a nord di Bari e da sempre crocevia di traffici commerciali, è stata teatro di un agguato che, per una tragica combinazione di circostanze, ha trasformato un lavoratore stimato nella vittima designata di un massacro mirato. Erano circa le 21 di giovedì 30 aprile quando l’inferno si è materializzato tra i tavoli della “Spaghetteria n.1”; due sicari, entrati in azione con il volo coperto da passamontagna, hanno fatto irruzione nel locale puntando dritti verso il centro della sala, senza però esitare un istante quando il loro percorso è stato intercettato dalla figura di Angelo Pizzi.

Il sessantaduenne, storico caposala dell’esercizio e uomo noto per la sua specchiata onestà, non era certo il bersaglio di quella pioggia di piombo. Gli investigatori, al lavoro fino a tarda notte sul posto, hanno raccolto elementi schiaccianti che indicano come l’uomo fosse finito casualmente sulla linea di tiro mentre svolgeva il proprio dovere, trovandosi così a fare da scudo involontario tra i killer e il vero obiettivo dell’esecuzione: il titolare del ristorante, sfuggito miracolosamente all’agguato e che, a differenza della vittima, sembra avere alle spalle un curriculum giudiziario.

I killer a volto coperto e la raffica di quindici colpi

La dinamica dell’assalto lascia intendere una professionalità brutale ma affrettata, tipica di chi segue un mandato preciso senza curarsi dei danni collaterali. I due aggressori hanno fatto irruzione nel locale senza esitazioni, estraendo le pistole e scaricando contro la direzione del bancone una raffica che, secondo i rilievi della scientifica, consterebbe di almeno quindici colpi. In quello stesso istante, probabilmente mentre si apprestava a servire qualche portata o a ricevere i clienti (tra i quali, pare, ci fosse anche un gruppo di turisti inglesi rimasti sotto choc), Pizzi è stato raggiunto da quei proiettili che non gli hanno lasciato scampo.

Nonostante l’intervento tempestivo del personale del 118, chiamato ad assistere l’uomo riverso a terra tra la paura e lo sconcerto generale, per il caposala non c’è stato nulla da fare. Quando i sanitari sono giunti sul posto, la situazione era ormai compromessa, e la dichiarazione del decesso non ha fatto altro che suggellare l’ennesima pagina di sangue nel panorama criminale della provincia. I due sicari, subito dopo l’azione, si sono dileguati nelle vie limitrofe, lasciandosi alle spalle una scena da film dell’orrore e una salma innocente.

L’ombra della Dda e il legame con l’omicidio di aprile

Sulla scena del delitto si è mossa una macchina articolata delle forze dell’ordine; i carabinieri della tenenza locale e quelli del Nucleo investigativo, strettamente coordinati dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Bari, hanno setacciato la zona passando al vaglio ogni minimo frammento balistico o traccia lasciata dai fuggitivi. Quello che emerge con chiarezza dalle prime verifiche è la totale estraneità della vittima a qualsiasi logica criminale, condizione che ha spinto gli inquirenti a escludere immediatamente la pista personale per abbracciare quella dell’errore.

Il clamore di questo agguato, tuttavia, viene amplificato da un precedente specifico che sta tenendo banco nelle carte della procura e che risale a meno di due settimane fa. Il 19 aprile, un altro episodio di violenza armata aveva sconvolto la movida biscegliese, quando all’interno di una discoteca era rimasto ucciso un pregiudicato, Filippo Scavo. Sebbene gli inquirenti procedano con la massima cautela, l’ipotesi più accreditata sul campo è che l’irruzione nella “Spaghetteria n.1” rappresenti la risposta – o il logico quanto spietato sviluppo – di un regolamento di conti in corso tra le realtà malavitose del Barese.

Un professionista stimato, vittima di una traiettoria sbagliata

Angelo Pizzi, che per molti clienti era semplicemente “il volto amico” del locale, rappresenta l’esatta antitesi del profilo del malvivente. Non risultano carichi pendenti né frequentazioni pericolose alle sue spalle; anzi, la sua figura di responsabile di sala era un valore aggiunto per l’attività, un uomo che incarna la normalità operosa del territorio. La sua unica colpa, agli occhi degli assassini, sembra essere stata quella di essersi spostato di qualche metro verso destra o sinistra nel momento sbagliato, finendo esattamente nel punto dove era destinato ad arrivare il metallo rovente delle pistole.

Il contrasto tra la ferocia dell’esecuzione e la figura del cameriere rende ancora più drammatico il quadro fornito agli inquirenti, che ora cercano di risalire ai mandanti analizzando i filmati delle videocamere di sorveglianza della zona. Se la pista del titolare come bersaglio venisse confermata, ci troveremmo di fronte a un fenomento inquietante: la criminalità organizzata, che ha ormai colonizzato diverse zone del nord Barese, utilizza la violenza in modo così spregiudicato da non curarsi delle conseguenze sulla popolazione civile, finendo per uccidere un caposala di 62 anni al posto del suo obiettivo.

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