Noi moderati e la linea sulla legalità dopo i fatti di Torino
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Redazione Interno
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Il gruppo parlamentare di Noi Moderati, intervenendo a caldo sui disordini scoppiati a Torino in seguito allo sgombero del centro sociale Askatasuna, ha tracciato una netta linea di demarcazione, quella del “rispetto della legalità e dell’incolumità”, rifiutando qualsiasi possibile giustificazione per gli accadimenti. Quelle che si sono viste, ha precisato il gruppo in una nota, sono state vere e proprie “violazioni delle norme poste a tutela dell’ordine pubblico e della proprietà privata”, il cui insieme, considerando “l’uso della violenza, il danneggiamento di arredi urbani e le aggressioni rivolte alle forze dell’ordine”, configura “fatti di reato che non possono trovare alcuna legittimazione ideologica”. Una posizione che, pur nel suo rigore, si inserisce in un dibattito più ampio e stratificato su quanto avvenuto, del quale cominciano a emergere anche i primi risvolti giudiziari.
I primi esiti dell’azione giudiziaria
Proprio sui primi provvedimenti adottati dalla magistratura torinese si è concentrata parte della riflessione pubblica, poiché il Gip del Tribunale ha disposto il fermo per tre dei partecipanti alla manifestazione, individuati tra coloro che si sarebbero distinti, in un contesto di oltre mille persone, “nel confronto con le Forze dell’Ordine”. Queste determinazioni, che riguardano una piccola parte degli attivisti coinvolti, aprono una fase di accertamento delle responsabilità individuali, separando la valutazione degli episodi di violenza dalla natura più generale della protesta. Mentre il procedimento segue il suo corso, la discussione si sposta inevitabilmente sul significato da attribuire a gesti che, per alcuni, rappresentano una risposta a una repressione percepita come ingiusta e, per altri, costituiscono invece un mero atto di teppismo.
La memoria delle piazze e una questione di linguaggio
C’è chi, richiamando alla memoria altre grandi mobilitazioni del passato come quella di Genova nel 2001 o più recenti come quella per il Leoncavallo a Milano, vede in queste presenze di piazza una continuità di impegno contro quelle che sono percepite come politiche autoritarie. Una partecipazione che, in assenza di episodi violenti, si qualifica come espressione di un dissenso legittimo e costituzionalmente tutelato. D’altro canto, voci provenienti da esperienze di militanza sindacale e sociale mettono in guardia da quella che considerano una pericolosa confusione terminologica e di sostanza. Sottolineano come la “violenza brutale della piazza” non possa e non debba essere scambiata per “conflitto sociale”, una categoria storica che appartiene alle lotte per i diritti del lavoro e che nulla avrebbe a che spartire con gli scontri di questi giorni, considerati piuttosto una “manipolazione per fini politici”.
Lo sgombero e il dibattito sull’occupazione
Al centro della vicenda rimane l’atto amministrativo e giudiziario che ha portato alla chiusura del centro sociale, un tema di per sé controverso e da anni al centro di un acceso dibattito pubblico sul ruolo degli spazi occupati nella vita cittadina. Lo sgombero, definito da alcuni come un atto di “militarizzazione”, rappresenta l’episodio scatenante di una protesta il cui svolgimento ha però assunto connotati autonomi, finendo per porre in secondo piano le ragioni originarie della mobilitazione. La vicenda, nel suo complesso, ha così riproposto antiche questioni irrisolte, dal bilanciamento tra diritto alla protesta e tutela dell’ordine pubblico, fino alla definizione stessa dei confini dell’azione politica legittima in uno spazio urbano sempre più conteso.




