Kosovo, il voto premia Kurti ma lascia il paese in una impasse politica

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il primo ministro uscente del Kosovo, Albin Kurti, e il suo partito nazionalista di sinistra Movimento Vetëvendosje ("Autodeterminazione") hanno vinto le elezioni parlamentari anticipate tenutesi il 7 giugno, ma il risultato, se da un lato conferma la loro leadership, dall'altro li priva di quella maggioranza assoluta necessaria per governare da soli e che avevano invece ottenuto nella tornata di dicembre del 2025.

Con quasi il 100% degli scrutini ufficiali conteggiati, la coalizione guidata da Kurti si è fermata al 42,2%, un passo indietro significativo rispetto al 51% della scorsa legislatura, una contrazione che rispecchia la crescente stanchezza di un elettorato chiamato alle urne per la terza volta in appena diciotto mesi e che, di fatto, ha visto una drastica riduzione della partecipazione popolare.

I numeri del nuovo parlamento e l'ascesa delle destre

Alle spalle del partito del premier, completano il quadro politico tre principali forze di orientamento conservatore, tutte in leggera ma costante crescita rispetto ai sondaggi precedenti. Il Partito Democratico del Kosovo (PDK) si è attestato come seconda forza politica con il 21,1%, tallonato dalla Lega Democratica del Kosovo (LDK) che ha raggiunto il 17,6%, mentre l'Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) ha superato la soglia di sbarramento del 5% fermandosi al 7,2%.

Per quanto riguarda la minoranza serba – alla quale la Costituzione garantisce dieci seggi indipendentemente dal risultato elettorale – la Srpska Lista (SL), storicamente legata a Belgrado, sembra aver riconfermato il proprio predominio, avvicinandosi all'obiettivo di fare "en plein" e conquistare tutti i seggi riservati, nonostante le polemiche sollevate da quest'ultima riguardo a presunti tentativi di manipolazione del voto in alcuni seggi a maggioranza serba.

L'astensionismo e le sfide per la formazione del governo

Ciò che rende particolarmente complessa la situazione per Kurti – il quale ha comunque festeggiato il risultato in piazza Skanderbeg a Pristina – non è solo la frammentazione dell'assemblea, ma il dato preoccupante dell'affluenza alle urne, scesa drasticamente al 36,4% rispetto al 45% di dicembre, un segnale di insofferenza sociale che nessun politico può permettersi di ignorare.

Per formare un governo stabile, il Vetëvendosje sarà costretto a cercare alleati esterni, ma la strada è in salita: la profonda polarizzazione politica degli ultimi mesi, che ha persino impedito l'elezione di un presidente della Repubblica e di un presidente del Parlamento lasciando il paese in una sorta di "limbo" istituzionale, ha inasprito i rapporti tra le parti, rendendo qualsiasi ipotesi di accordo una partita ad altissimo rischio.

A complicare ulteriormente i giochi, ci sono i seggi della diaspora e i voti condizionali non ancora completamente scrutinati, che potrebbero ritoccare marginalmente le percentuali finali senza però modificare la sostanza di un verdetto che consegna al paese l'ennesimo puzzle politico da risolvere.

Una crisi che frena le ambizioni europee

Questa ennesima paralisi arriva nel momento peggiore per uno dei paesi più poveri d'Europa, la cui corsa verso l'adesione all'Unione Europea e alla Nato rischia di subire un brusco rallentamento proprio mentre Bruxelles chiedeva riforme decisive per sbloccare i fondi del Piano di Crescita.

Le ripetute crisi politiche – tre elezioni in un anno e mezzo – hanno di fatto congelato il processo decisionale, allontanando gli investitori e logorando la pazienza dei cittadini, i quali, come raccontano i sondaggi, chiedono non solo la fine della lotta per le poltrone ma anche tangibili miglioramenti del tenore di vita che la crescita economica fatica a tradurre in realtà.

Kurti, forte del risultato ma consapevole dei numeri, dovrà quindi vedersela con un'opposizione agguerrita e probabilmente intenzionata a non concedergli quella tregua politica necessaria a evitare lo scioglimento anticipato del parlamento, con il rischio concreto che il paese resti in una gestione ad interim ancora per molti mesi.

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