Bpm o Intesa, il risiko bancario attorno a Mps e l'allarme inflazione di Panetta

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Il nuovo capitolo del risiko bancario italiano, destinato a ridisegnare profondamente le gerarchie del credito nazionale, si consuma oggi tra le mura di Rocca Salimbeni.

Il consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena è chiamato a ponderare due strade alternative e ugualmente epocali: la proposta di fusione alla pari avanzata da Banco Bpm, che punta a creare un polo da oltre 50 miliardi di capitalizzazione, e l'offerta pubblica di acquisto e scambio (Opas) lanciata da Intesa Sanpaolo, un'operazione da circa 30,6 miliardi di euro che potrebbe segnare una cesura irreversibile nella storia della banca più antica del mondo, portando in dote a Bper un intero pacchetto di filiali.

Questa partita strategica si gioca in un contesto economico europeo estremamente fragile, come ha sottolineato con chiarezza il governatore della Banca d'Italia, Fabio Panetta, nel corso dell'Assemblea dell'Abi tenutasi ieri a Roma, dove ha lanciato un allarme preciso sull'andamento dell'inflazione e sulla crescente incertezza geopolitica.

Due visioni a confronto per il futuro del credito italiano

Le due offerte sul tavolo del Cda di Mps, che si riunisce oggi 16 luglio, rappresentano modelli di sviluppo bancario profondamente diversi. Da un lato, Banco Bpm, guidato da Giuseppe Castagna, propone un'aggregazione paritaria che darebbe vita al terzo polo bancario nazionale, con sinergie stimate in oltre 1,1 miliardi annui lordi e un utile a regime prossimo ai 6 miliardi.

Un'operazione che punta a creare un grande gruppo radicato nei territori, nella gestione del risparmio e nel credito alle imprese, mantenendo sostanzialmente inalterata la struttura societaria di Mps. Dall'altro lato, la strategia di Carlo Messina per Intesa Sanpaolo appare più complessa e articolata: l'Opas totalitaria e volontaria, che prevede un premio del 12,5% rispetto ai prezzi di Borsa, mira a integrare le attività più pregiate di Mps, come Mediobanca e la sua quota del 13,3% in Generali, all'interno del perimetro del primo gruppo bancario italiano.

In questo schema, Unipol - attraverso la controllata Bper - rileverebbe le attività bancarie tradizionali di Mps, ovvero circa 635 filiali, trasformandosi di fatto in un nuovo grande campione nazionale per numero di sportelli e raccolta diretta. Un'ipotesi che a Siena è stata inizialmente definita come uno "spezzatino" della banca, suscitando non poche preoccupazioni per la tutela del marchio e dell'autonomia strategica.

L'equilibrio precario tra valutazioni e mosse di mercato

La valutazione economica resta il nodo centrale su cui si gioca la partita. Carlo Messina ha ribadito la congruità dell'offerta di Intesa, definendola "di mercato, trasparente" e chiarendo che non ci saranno rialzi: secondo il numero uno di Ca' de Sass, il prezzo proposto è "il massimo possibile" e il price earning di Mps è ormai paragonabile a quello di colossi come Morgan Stanley e Goldman Sachs.

Tuttavia, il Ceo di Mps, Luigi Lovaglio, è determinato a dimostrare il contrario, sostenendo che il Monte "vale più del prezzo espresso dal mercato" e che ha un potenziale superiore ai 30 miliardi, cercando così di costruire una controffensiva che possa rendere l'alternativa con Banco Bpm più appetibile.

Una delle ipotesi più suggestive, menzionata dal Sole 24 Ore, è che Mps possa addirittura ribaltare la prospettiva, muovendo su Banco Bpm insieme a un'altra istituzione finanziaria, un'opzione che segnalerebbe quanto la partita sia ancora apertissima e lontana da una soluzione.

Sullo sfondo di queste manovre, il governo ha assunto una posizione chiara: il ministro dell'Economia, Giancarlo Giorgetti, intervenendo all'assemblea dell'Abi, ha dichiarato che il ruolo dell'azionista pubblico nel settore bancario è "esaurito", preannunciando la cessione della quota residua del Tesoro in Mps (pari al 4,8%) e auspicando che questa sia l'ultima assemblea in cui lo Stato si presenta come socio di un istituto di credito.

Panetta e l'allarme stagflazione: un contesto di mercato a rischio

Le grandi manovre sul fronte delle aggregazioni bancarie si inseriscono in un quadro macroeconomico che il governatore Panetta ha descritto come estremamente fragile. Nel suo intervento all'Assemblea dell'Abi, Panetta ha avvertito che l'inflazione nell'area dell'euro "oscilla attualmente intorno al 3% e si manterrebbe al di sopra di tale valore fino all'inizio del 2027", un dato che costringe la Banca Centrale Europea a gestire un equilibrio delicato tra un'economia in rallentamento e una pressione inflazionistica persistente.

Il rialzo dei tassi di un quarto di punto deciso a giugno ha rappresentato una "prima risposta, misurata" ai rischi al rialzo, ma la ripresa delle ostilità in Medio Oriente e i nuovi rialzi dei prezzi del petrolio e del gas confermano la fragilità del quadro. Un contesto di stagflazione che rende i mercati finanziari vulnerabili a correzioni anche brusche e che, inevitabilmente, alimenta l'incertezza tra gli investitori, proprio mentre il sistema bancario italiano si appresta a vivere una delle trasformazioni più significative degli ultimi anni.

Le parole di Panetta, insieme a quelle di Patuelli e Giorgetti, hanno dipinto uno scenario in cui la difesa della stabilità del settore e il rilancio degli investimenti in innovazione diventano priorità assolute per evitare che le operazioni di M&A restino fine a sé stesse, come ha ammonito il ministro: le aggregazioni "non sono un valore in sé, ma lo possono diventare per il Paese quando accrescono la capacità di aumentare la proiezione internazionale delle imprese italiane".

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