Nicola Pietrangeli, dal dolore per la morte del figlio al rancore verso Wimbledon: "Mi hanno trattato male"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Dal letto del Policlinico Gemelli, dove è ricoverato dal 4 luglio, Nicola Pietrangeli affronta con lucidità e sofferenza uno dei momenti più duri della sua vita. Quel giorno, mentre i medici lo sottoponevano agli ultimi accertamenti prima delle dimissioni, ha appreso della morte del figlio Giorgio, il più giovane dei suoi tre figli. "È stato un colpo terribile", confessa al Corriere della Sera, ammettendo di sentirsi "stanco, debole", al punto che persino sollevare un braccio gli costa fatica.

"Giorgio mi somigliava", racconta Pietrangeli, che a 91 anni conserva ancora la schiettezza di chi ha dominato il tennis negli anni d’oro. Due volte campione agli Open di Francia (1959 e 1960) e capitano non giocatore della Coppa Davis vinta dall’Italia nel 1976, oggi misura la sua forza contro un avversario più crudele del tie-break più lungo. "Sarebbe stato giusto che me ne andassi io, non lui", dice, lasciando trasparire un dolore che si sovrappone alla fragilità fisica.

Tra i ricordi affiora anche il rapporto conflittuale con Wimbledon, torneo che non guarda più. "Mi hanno trattato male", afferma senza approfondire, ma con una fermezza che lascia intuire antiche incomprensioni. Se il passato agonistico è costellato di trionfi, quello personale è segnato da perdite e ferite mai rimarginate.

Pietrangeli, che ha vissuto tra Roma e Parigi, non nasconde la fatica di riprendersi, fisicamente ed emotivamente. Le dimissioni sono vicine, ma il vuoto lasciato da Giorgio, descritto come una presenza fondamentale, resta incolmabile. "Sto male, sono lucido, ma tutto pesa", ripete, in un dialogo in cui le parole misurano il peso di un lutto che non ha risposte.

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