Mary Trump e la diagnosi sullo zio: “Disturbi psichiatrici gravi e mai curati”
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Redazione Esteri
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Non servono titoli di studio in psicologia clinica per notare, osservando le sue pubbliche comparse, una certa fragilità cognitiva nel presidente americano; eppure, a parlare con cognizione di causa è proprio una studiosa della mente, che tra l’altro è anche una parente stretta. Mary Trump, figlia di Fred Jr. (il fratello maggiore del tycoon scomparso nel 1981), ha rilasciato una nuova intervista a Simona Siri per La Stampa, riaccendendo i riflettori su una questione che, a suo dire, attanaglia il presidente da decenni: Donald Trump sarebbe affetto da disturbi psichiatrici “gravi e non diagnosticati”, una condizione che, a suo avviso, lo rende strutturalmente inadatto a sedere nello Studio Ovale.
“Oggi è anche peggiorato”: il declino secondo la nipote
L’analisi della psicoterapeuta si spinge ben oltre la semplice opinione personale, per quanto influenzata da annosi dissapori familiari. Mary Trump sostiene che l’assenza di cure specifiche non abbia fatto altro che exacerbare una patologia di base, portando a un peggioramento netto rispetto al passato. “Quando una patologia non viene curata – ha spiegato nel colloquio – succede questo: peggiora”. Secondo la sua osservazione, supportata dall’averlo visto crescere e interagire con l’ambiente circostante, il presidente mostrerebbe oggi segnali inequivocabili di un declino che definisce “cognitivo”: frequenti vuoti di memoria, difficoltà a mantenere il filo logico del discorso e una impulsività che non riesce più a mascherare. A suo parere, chiunque abbia avuto esperienza con parenti affetti da demenza riconoscerebbe immediatamente quei medesimi pattern comportamentali nel leader repubblicano.
Megalomania e infanzia: la genesi del disagio
Lungi dal limitarsi a una fotografia del presente, la nipote del presidente prova a rintracciare le radici di questo presunto disagio, che si perdono in un’infanzia segnata da una protezione quasi ossessiva. Mary Trump descrive suo zio come “un bambino terrorizzato che non è mai stato amato”, un uomo la cui megalomania – già pronunciata in gioventù – sarebbe diventata oggi “ancora più marcata”. Questa corazza di arroganza nasconderebbe, nella sua ricostruzione, un vuoto interiore incolmabile, una disperata ricerca di successo e potere per sopperire a mancanze affettive mai elaborate.
L’ombra dei privilegi: “Mai una vera responsabilità”
Una delle questioni più controverse sollevate da Mary Trump riguarda la “longevità” politica e imprenditoriale dello zio nonostante queste presunte fragilità. Come ha spiegato nell’intervista, il segreto del suo successo non risiederebbe in una capacità superiore, quanto piuttosto in una rete di salvataggio che lo ha sempre assistito: prima il padre (e nonno di Mary) a riparare gli errori finanziari, poi le banche, i media newyorkesi e infine i produttori televisivi come Mark Burnett di *The Apprentice*. Per la psicologa, Trump non avrebbe mai sviluppato un rapporto maturo con la realtà proprio perché nessuno gli ha mai consentito di fallire davvero, di affrontare le conseguenze delle sue azioni; una bolla di protezione che, giunta ai massimi livelli istituzionali, lo avrebbe lasciato impreparato a gestire crisi autentiche, come quelle legate alla gestione della pandemia o alle attuali tensioni internazionali.




