L'accordo Mercosur sull'orlo dello sblocco, mentre l'agroalimentare italiano frena
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Redazione Interno
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Il negoziato commerciale tra l'Unione Europea e i paesi del Mercosur, dopo anni di stasi e veti incrociati, sembra aver imboccato una fase decisiva. La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha chiarito che l'esecutivo comunitario detiene il potere di attuare in via provvisoria l'accordo commerciale interinale, benché la scelta concreta dipenda ancora dalla ratifica di almeno uno degli Stati sudamericani coinvolti. Una possibilità, quella dell'applicazione anticipata, che ha contribuito a sciogliere alcuni nodi politici interni, portando persino i Verdi tedeschi, tradizionalmente ostili, a dichiararsi favorevoli alla ratifica in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia europea. Anche in Italia, dove le resistenze sono state forti, si registra un ammorbidimento, come testimoniato dalle parole del capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari, il quale ha sottolineato la necessità di «dare garanzie maggiori per i nostri agricoltori, nelle more della ratifica».
Le preoccupazioni del territorio
Parallelamente alle mosse nelle sedi istituzionali, però, dal tessuto produttivo italiano giungono segnali di forte apprensione. L'agroalimentare trevigiano, che pure consolida il suo ruolo trainante per l'export della provincia, guarda con timore all'intesa. Cna Agroalimentare e Ristorazione Treviso esprime una posizione critica, ritenendo l'accordo potenzialmente penalizzante per le imprese locali che operano in un settore già sotto pressione. Le loro voci si uniscono a quelle di altri rappresentanti del comparto, i quali paventano un concorso sleale con prodotti provenienti da Paesi che, com'è noto, non sempre applicano gli stessi stringenti standard qualitativi, sociali e ambientali vigenti in Europa. Alcuni di loro, infatti, non nascondono una certa frustrazione verso un processo negoziale percepito come calato dall'alto.
Il monito delle filiere
Le critiche assumono toni duri quando a parlare sono i vertici delle organizzazioni di categoria. L'ad di Filiera Italia, ad esempio, non usa giri di parole, definendo «una frattura gravissima» la prospettiva di un'applicazione provvisoria dell'accordo e accusando la presidente von der Leyen di umiliare la democrazia per assecondare gli interessi di Berlino. Il suo ragionamento, che parte dalla constatazione della qualità eccelsa rappresentata dalle aziende associate, tocca un tema sensibile: quello della sicurezza alimentare, strettamente connessa alla sopravvivenza di un'agricoltura nazionale forte e strutturata. «Senza agricoltura non c'è sicurezza», è l'essenza del monito, che racchiude in sé paure economiche e strategiche, in un periodo storico dove le dipendenze esterne hanno mostrato tutta la loro pericolosità.
Un equilibrio delicato
Il cammino verso la firma definitiva si presenta dunque ancora irto di ostacoli, nonostante i venti politici sembrino aver cambiato direzione. Da un lato, la spinta della Commissione europea e di alcuni governi membri, ansiosi di chiudere uno dei più grandi patti commerciali al mondo e di stringere alleanze strategiche in un contesto geopolitico mutato, anche alla luce della nuova amministrazione statunitense guidata da Donald Trump. Dall'altro, la ferma opposizione di una parte significativa del mondo agricolo europeo e italiano, che chiede tutele concrete e non solo promesse. Resta da vedere se le «garanzie maggiori» invocate dalla politica saranno sufficienti a proteggere un sistema produttivo che teme di essere sacrificato sull'altare degli interessi geopolitici e del libero scambio.




