Il papa telefona ad Abu Mazen dopo le critiche a Netanyahu. La Santa Sede intensifica la pressione
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Redazione Esteri
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Gli ultimi due giorni hanno confermato l’inasprirsi della posizione vaticana sul conflitto tra Israele e Hamas, con un duplice intervento di papa Leone XIV che, dopo l’appello lanciato domenica a Castel Gandolfo, ha ricevuto ieri una telefonata da Mahmoud Abbas, riconosciuto dalla Santa Sede come "presidente dello Stato di Palestina". Un gesto che ribadisce il sostegno alla causa palestinese, ma che rischia di acuire le tensioni con il governo israeliano, già sotto accusa per l’offensiva militare a Gaza.
Se Immanuel Kant, alla fine del Settecento, immaginò un "progetto per la pace perpetua", oggi Benjamin Netanyahu – tra un bombardamento e un’operazione a terra – potrebbe scrivere, senza bisogno di utopie, un trattato sulla "guerra perpetua". Un conflitto che, come dimostra l’attacco alla parrocchia di Gaza dello scorso giovedì, non risparmia neppure i luoghi sacri, superando ogni limite.
Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, non ha dubbi: «Il papa va ringraziato perché tiene alta, in questo momento drammatico, la bandiera della pace». Le sue parole, però, non sono state recepite nello stesso modo da tutte le parti in gioco. Jonathan Peled, ambasciatore israeliano, pur concordando sull’appello alla fine delle violenze, ha ribadito che «sono altri a minacciare i cristiani», riferendosi a Hamas, accusata di usare i civili come scudi umani.




