Meta rimuove il riconoscimento facciale dagli smart glasses dopo il caso NameTag
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Meta riconoscimento facciale e privacy tornano al centro dell’attenzione dopo la rimozione del codice legato a una tecnologia interna denominata “NameTag” dagli smart glasses AI dell’azienda.
La decisione è arrivata dopo un’inchiesta di WIRED che aveva individuato nell’app Meta AI la presenza di componenti software collegati a un sistema non ancora rilasciato ma già distribuito insieme all’applicazione utilizzata per gestire gli occhiali intelligenti.
Secondo quanto emerso, il sistema era progettato per trasformare i volti ripresi dagli occhiali in firme biometriche uniche, da confrontare successivamente con un database presente sul dispositivo dell’utente.
La rimozione del codice rappresenta un passaggio significativo perché riguarda una piattaforma wearable destinata a un pubblico molto ampio.
L’app Meta AI, utilizzata come companion per configurare e sfruttare numerose funzioni dei Ray-Ban Smart Glasses, era già stata distribuita su circa 50 milioni di dispositivi.
All’interno del software sarebbero stati presenti riferimenti a NameTag, una tecnologia che aveva già suscitato discussioni e preoccupazioni legate alla tutela della privacy e alla gestione dei dati biometrici.
Le informazioni sul progetto erano emerse nei mesi precedenti attraverso un documento interno dell’azienda, alimentando interrogativi sulla direzione presa dallo sviluppo degli strumenti di riconoscimento facciale integrati nei dispositivi indossabili.
La vicenda ha assunto ulteriore rilevanza perché coinvolge occhiali dotati di fotocamera, microfoni e assistente AI, progettati per essere utilizzati anche negli spazi pubblici.
NameTag e il sistema basato sulle firme biometriche
Il sistema identificato internamente con il nome NameTag era stato concepito per convertire i volti inquadrati dagli smart glasses in cosiddette faceprint, ovvero firme biometriche uniche associate alle caratteristiche del volto. Queste informazioni sarebbero poi state confrontate con un database locale presente sul dispositivo dell’utente.
Sebbene il sistema non risultasse attivo, la presenza del codice all’interno dell’applicazione ha attirato l’attenzione perché mostrava che la tecnologia era stata sviluppata almeno a livello software e inserita in un prodotto già distribuito.
Proprio questo aspetto ha contribuito a rendere la questione particolarmente delicata, considerando il valore e la sensibilità dei dati biometrici coinvolti.
Le discussioni sulla privacy non hanno riguardato soltanto la possibilità di riconoscere i volti, ma anche il contesto d’uso dei dispositivi. Gli smart glasses sono infatti progettati per essere indossati quotidianamente e possono acquisire immagini e informazioni mentre l’utente si trova in ambienti pubblici.
In questo scenario, qualsiasi tecnologia capace di elaborare o identificare persone attraverso dati biometrici viene osservata con particolare attenzione.
La presenza di codice riconducibile a un sistema di questo tipo, pur non attivato, aveva quindi sollevato interrogativi sulla gestione futura delle funzionalità e sulle garanzie offerte agli utenti.
La rimozione del codice dopo l’inchiesta
Secondo quanto riportato, sono bastate meno di 24 ore perché il codice collegato a NameTag scomparisse dalla versione successiva dell’app Meta AI.
Dopo la pubblicazione dell’inchiesta di WIRED che aveva segnalato la presenza del sistema di riconoscimento facciale non attivato, l’aggiornamento successivo dell’applicazione non conteneva più tracce dei componenti software individuati.
La rapidità dell’intervento ha attirato l’attenzione anche perché, stando alle ricostruzioni riportate, l’azienda non aveva riconosciuto l’esistenza di una funzione operativa di questo tipo.
La rimozione immediata ha quindi trasformato il tema da semplice curiosità tecnica a questione più ampia riguardante trasparenza e sviluppo delle funzionalità legate all’intelligenza artificiale.
La scelta di eliminare i riferimenti al riconoscimento facciale arriva in un momento in cui gli smart glasses rappresentano una delle piattaforme più osservate nel settore dei dispositivi indossabili.
La combinazione tra fotocamere, assistenti AI e funzioni software avanzate rende questi prodotti particolarmente rilevanti nel dibattito sulla raccolta e sull’elaborazione dei dati personali. Per questo motivo la scoperta del codice nascosto e la successiva rimozione hanno assunto una dimensione che va oltre l’aspetto tecnico.
Il caso evidenzia infatti come le funzionalità presenti all’interno delle applicazioni che accompagnano i wearable possano diventare oggetto di attenzione quando coinvolgono dati biometrici e sistemi di identificazione basati sui volti.




