Miopia, non dipende solo da pc e tablet ma da come usiamo gli occhi negli ambienti chiusi
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Redazione Salute
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Non sono i pixel dello smartphone a rovinarci la vista, o almeno non soltanto quelli, quanto piuttosto la combinazione insidiosa tra uno sforzo visivo prolungato a distanza ravvicinata e la penombra caratteristica di una vita che si svolge sempre di più al chiuso. Se è vero che negli ultimi trent’anni i casi di miopia tra i bambini e i ragazzi italiani dai 5 ai 19 anni sono aumentati del cinquanta per cento, arrivando a interessare ormai il 36% di quella fascia d’età secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Pediatria -3-10, è altrettanto vero che la ricerca scientifica sta spostando il suo focus dall’oggetto del nostro guardare al contesto in cui lo facciamo. A suggerire un cambio di paradigma è un recente studio del College of Optometry della State University of New York, pubblicato sulla rivista Cell Reports, che individua nella combinazione tra luce scarsa e messa a fuoco da vicino un fattore di rischio cruciale, forse persino più determinante delle tanto vituperate ore trascorse sui social o a giocare ai videogame.
Il paradosso fisiologico della messa a fuoco al buio
Secondo la ricerca americana, quando leggiamo un libro o fissiamo lo schermo di un tablet in condizioni di illuminazione inadeguate, il nostro occhio mette in atto un meccanismo compensatorio che si rivela però controproducente. La pupilla, infatti, si restringe nel tentativo di aumentare la profondità di campo e mettere a fuoco l’immagine, finendo però per “oscurare” paradossalmente la retina periferica. Questa riduzione drastica della luce che raggiunge le zone laterali della retina manderebbe in tilt il normale processo di sviluppo del bulbo oculare, innescando o accelerando quel processo di allungamento dell’occhio che è alla base della miopia -1. Non si tratterebbe quindi di una questione legata alla natura digitale o analogica dello stimolo visivo – un tablet o un libro stampato farebbero poca differenza – ma della durata dell’esposizione a questa specifica condizione ambientale, quella di un chiuso scarsamente illuminato in cui siamo costretti a fissare oggetti a pochi centimetri dal nostro naso.
L’epidemia silenziosa e il ruolo della luce naturale
D’altronde, da tempo gli specialisti sottolineano come l’esplosione dei casi di miopia a livello globale abbia caratteristiche tali da poter essere definita epidemica, un fenomeno che non può essere spiegato dalla sola genetica. La familiarità rimane un importante fattore predisponente, com’è noto – se entrambi i genitori sono miopi il rischio per i figli sale considerevolmente – ma l’accelerazione impressa dagli stili di vita moderni è sotto gli occhi di tutti -4-8. Il problema, spiegano i ricercatori, è che la luce artificiale degli ambienti chiusi non possiede le stesse proprietà benefiche di quella solare; l’esposizione alla luce naturale, in particolare alla componente UVB, stimola la produzione di dopamina a livello retinico, un neurotrasmettitore che agisce come un freno naturale all’eccessivo allungamento del bulbo oculare durante la crescita -2-5. In pratica, più tempo i bambini trascorrono all’aperto, più i loro occhi vengono protetti da questo meccanismo biochimico, indipendentemente dall’uso che poi facciano di tablet e smartphone una volta rientrati tra le quattro mura.
L’interazione tra sforzo visivo e orari sempre più indoor
Quel che emerge dalle evidenze scientifiche più recenti è un quadro complesso in cui i fattori non agiscono in maniera isolata ma si combinano sinergicamente. Non è tanto lo schermo in sé a essere dannoso, né lo è la lettura prolungata, attività che l’essere umano svolge ormai da secoli. Il vero problema, sottolineano dallo State University of New York College of Optometry, è l’accoppiata tra lo sforzo visivo ravvicinato – che sia su un libro o su un monitor – e la permanenza in ambienti con livelli di illuminazione subottimali, una condizione sempre più frequente in un’epoca che ci vede trascorrere fino al novanta per cento delle nostre giornate in spazi chiusi. La ricerca, dunque, sposta l’attenzione dalla demonizzazione dei dispositivi a una riflessione più ampia sulle nostre abitudini: il modo in cui usiamo gli occhi, e il contesto ambientale in cui lo facciamo, potrebbero rivelarsi i veri protagonisti di questa silenziosa pandemia visiva che avanza in tutta Italia e nel mondo occidentale.
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