Svizzera, il voto che rassicura i mercati. Il "No" vale miliardi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il 14 giugno 2026 avrebbe potuto diventare una data storica, poiché il referendum sull'iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni! (Iniziativa per la sostenibilità)» – promossa dall'Unione Democratica di Centro (UDC) – aveva il potenziale di incidere profondamente sui rapporti tra la Confederazione e l'Unione Europea, oltre che sugli equilibri interni del Paese. Alla fine, però, il popolo svizzero ha scelto la stabilità.

I risultati definitivi hanno infatti sancito una netta bocciatura della proposta, che chiedeva di ancorare nella Costituzione un limite massimo di 10 milioni di residenti permanenti entro il 2050. A prevalere è stato il fronte del "no", sostenuto da governo, maggioranza parlamentare e associazioni economiche, convinto che un sì avrebbe messo in ginocchio l'economia elvetica e compromesso l'accesso al mercato del lavoro europeo.

La fotografia del voto e il peso delle città

I numeri parlano chiaro: la proposta è stata respinta dal 54,8% dei votanti, un margine che ha sorpreso persino gli analisti più attenti, i quali alla vigilia prevedevano una competizione molto più serrata. Per essere approvata, l'iniziativa aveva bisogno non solo della maggioranza popolare, ma anche di quella dei Cantoni, un doppio ostacolo che si è rivelato insormontabile.

Mentre le aree rurali e i Cantoni alpini – come Appenzello Interno – hanno dato il loro sostegno al progetto di legge, sono state le regioni urbane e la Svizzera romanda a ribaltare l'esito, con Ginevra e Vaud che hanno superato il 65% di voti contrari. Nel dettaglio, il Ticino ha fatto eccezione registrando una magra vittoria del "sì" (50,7%), ma il suo peso non è stato sufficiente a invertire la tendenza nazionale.

I contrari hanno dunque saputo orchestrare una mobilitazione efficace, facendo leva sui timori legati alla carenza di manodopera qualificata, un problema che – paradossalmente – sta diventando endemico proprio nei distretti più industrializzati.

L'analisi di Lutz: una sconfitta utile alla strategia dell'UDC

Se da un lato la sconfitta rappresenta un duro colpo per i promotori – che avevano investito oltre 6 milioni di franchi nella campagna – dall'altro il politologo Georg Lutz, direttore del FORS e professore all'Università di Losanna (UNIL), ha offerto una lettura più sfumata dell'esito elettorale. Intervistato dal Radiogiornale, Lutz ha spiegato come l'UDC abbia comunque raggiunto i suoi obiettivi strategici.

"Si tratta sia di una sconfitta importante, sia di uno strumento con cui l'UDC si è profilata", ha dichiarato, notando come il partito abbia comunque convinto il 45% della popolazione e consolidato la sua mobilitazione nelle roccaforti rurali. In sostanza, se lo scopo principale fosse stato quello di vincere la votazione, il partito avrebbe fallito; ma se si guarda alle elezioni federali del 2027, il referendum ha servito perfettamente lo scopo di riaccendere i riflettori sul tema principe della destra nazionalconservatrice, quello dell'immigrazione.

La conferma arriva dai successi locali: lo stesso fine settimana, l'UDC ha infatti registrato avanzate nei Parlamenti cantonali dei Grigioni e di Glarona, rientrando addirittura nel Governo grigione dopo quasi vent'anni.

Un dibattito sulla crescita che cambia paradigma

A differenza della vittoriosa iniziativa "contro l'immigrazione di massa" del 2014, stavolta il vento è cambiato. Lo stesso Lutz sottolinea come la natura del dibattito si sia spostata: non si parlava più solo di respingere gli stranieri, ma di problemi strutturali come la mancanza di personale nella sanità e l'evoluzione demografica, una complessità che non lasciava spazio a soluzioni semplicistiche. Di fatto, il governo svizzero potrebbe presto doversi preoccupare di un problema opposto: lo spopolamento.

Secondo le proiezioni dell'Ufficio federale di statistica (UST), pubblicate nell'aprile 2025, lo scenario di riferimento prevede una popolazione di 10,3 milioni nel 2050 e di 10,5 milioni nel 2055. Tuttavia, la vera emergenza riguarda l'invecchiamento della popolazione: l'UST prevede che entro il 2055 la quota di over 65 raggiungerà il 25,5%, mentre la popolazione in età lavorativa (20-64 anni) scenderà sotto il 57%, mettendo a dura prova il sistema pensionistico e il mercato del lavoro.

Un referendum approvato, che avrebbe innescato la rescissione dell'accordo sulla libera circolazione con l'UE al superamento della soglia dei 9,5 milioni, avrebbe quindi aggravato questa crisi demografica anziché risolverla, tagliando le gambe a un'economia che prospera grazie all'apporto di lavoratori frontalieri e stagionali.

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