Gaza: tra etica, razionalità e le conseguenze della guerra
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Redazione Esteri
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L'offensiva militare in Gaza ha sollevato una serie di interrogativi cruciali. Il primo riguarda la legittimità dell'azione: è giusto spianare Gaza, uccidere migliaia di civili e distruggere le abitazioni di un popolo prigioniero per combattere Hamas? Il secondo interrogativo riguarda le conseguenze a lungo termine di questa guerra: è stato considerato l'inevitabile risentimento e desiderio di vendetta che questa azione bellica, punitiva per tutti i palestinesi di Gaza e non solo per Hamas, produrrà?
Nonostante la guerra sia durata 62 giorni, con giovani medici, autisti e avvocati ora in divisa che non hanno più rivisto la famiglia dal 7 ottobre, e 186 ostaggi ancora in mano ad Hamas, la domanda fondamentale rimane: questa offensiva ha reso Israele più sicuro? Sul piano razionale, gli obiettivi non sembrano realizzabili. Sul piano etico, la questione è ancora più grave.
Coloro che sostengono il diritto di difendersi di Israele "senza se e senza ma" si irritano se si ricordano le vittime civili di Gaza e il gran numero di bambini morti. Ma la realtà è che per ogni dirigente o militante di Hamas eliminato, almeno altri due, nella striscia di Gaza, ne prenderanno il posto. E cosa penseranno degli israeliani e della stella di David, un ragazzino o una ragazzina sopravvissuti ai bombardamenti, le famiglie costrette ad abbandonare le loro case, braccate dalle bombe e dai rastrellamenti?
La domanda che si pone l’editorialista del New York Times, Nicholas Kristof, due volte premio Pulitzer, è se ne valeva la pena: se l’offensiva ha reso o no Israele più sicuro. Sul piano razionale, gli obiettivi non sembrano realizzabili. Sul piano etico, la questione è ancora più grave.




