Melania Trump presiede il Consiglio di Sicurezza dell’Onu in un momento di tensione

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Lunedì, a New York, Melania Trump ha impugnato il martelletto del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, diventando la prima First Lady nella storia a presiedere una seduta del massimo organismo preposto al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale. Gli Stati Uniti, in qualità di membro permanente, detengono la presidenza di turno per il mese di marzo, e l’incontro è stato incentrato su un tema tanto nobile quanto, nelle attuali circostanze, delicato: l’impatto dei conflitti sui bambini e il loro accesso all’istruzione e alle nuove tecnologie. La signora Trump, nel suo intervento, ha offerto le condoglianze alle famiglie dei militari caduti, definendoli “eroi che hanno sacrificato la loro vita per la libertà”, e ha espresso la convinzione che “una pace duratura si raggiungerà quando la conoscenza e la comprensione saranno pienamente valorizzate in tutte le società”.

La sua apparizione, tuttavia, si è inserita in un contesto internazionale rovente, segnato dall’offensiva militare congiunta di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, iniziata appena due giorni prima. E mentre la First Lady invocava una connessione globale attraverso l’intelligenza artificiale per “democratizzare il sapere”, l’ambasciatore iraniano presso l’Onu, Amir Saeid Iravani, parlava ai giornalisti di un attacco che avrebbe colpito una scuola elementare femminile nella città di Minab, nel sud dell’Iran, causando, secondo fonti di Teheran, la morte di oltre centocinquanta bambine. Una circostanza, questa, che ha gettato un’ombra di imbarazzo e palese contraddizione sull’intera riunione, spingendo Iravani a definire “profondamente vergognoso e ipocrita” che Washington convocasse un dibattito sulla protezione dei minori mentre i suoi missili piovevano su città iraniane.

L’abbraccio della diplomazia familiare e le scelte di fondo dell’amministrazione

La scelta di affidare la presidenza del Consiglio a Melania Trump, che notoriamente mantiene un profilo pubblico piuttosto riservato, non è passata inosservata né è stata esente da critiche, venendo interpretata da più parti come l’ennesima manifestazione di una politica estera “in formato famiglia”, già sperimentata con l’affidamento di delicati dossier a generi e consuoceri. Se da un lato l’iniziativa ha indubbiamente un forte impatto mediatico, capace di catalizzare l’attenzione globale su un tema come l’infanzia nei conflitti, dall’altro solleva interrogativi sulla sostanza, considerando che l’amministrazione del presidente Donald Trump ha recentemente tagliato i fondi a diverse agenzie Onu che si occupano proprio di proteggere i bambini e garantire loro l’istruzione, come l’Unicef e l’Ufficio della Rappresentante speciale per i bambini nei conflitti armati. Durante la seduta, la sottosegretaria generale per gli affari politici, Rosemary DiCarlo, ha fornito dati inequivocabili: un bambino su cinque nel mondo, circa 473 milioni, vive in una zona di conflitto o è stato sfollato, e le violenze sessuali sui minori sono aumentate di oltre un terzo.

Nonostante l’accoglienza formalmente calorosa riservata alla First Lady dai rappresentanti dei quindici paesi membri, inclusi quelli di Russia e Cina, che si sono messi in fila per stringerle la mano -2-9, il suo discorso ha evitato accuratamente qualsiasi riferimento specifico alla guerra in Medio Oriente in corso, menzionando invece il potere dell’intelligenza artificiale e l’importanza di connettere ogni bambino, anche il più remoto, al sapere universale. Un approccio, il suo, incentrato su una visione quasi utopistica della tecnologia come ponte verso la pace, che strideva con la cruda realtà delle scuole chiuse in Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrein a causa delle operazioni militari, come ha ricordato la stessa DiCarlo. L’assenza di qualsiasi cenno alle centinaia di piccoli vittime dei bombardamenti, se non in termini generalissimi, ha fatto sì che l’attenzione si concentrasse più sulla cornice che sul quadro, lasciando intendere come la presenza di Melania Trump, al di là del valore simbolico e della rottura del protocollo, non abbia modificato di una virgola le posizioni sostanziali degli Stati Uniti in seno all’organismo internazionale.

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