Gaza, la trappola senza via d'uscita
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Redazione Esteri
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Imad Hammad Dardas, un uomo di sessant'anni, vive ammucchiato con altri venti sfollati in una tenda su quello che un tempo era il porto di Gaza. Mangiano una volta al giorno, senza medicine per nessuno. Eppure, in un contesto dove la disperazione è la norma, lui si considera fortunato: è riuscito a sfuggire a un dilemma atroce, quello che attanaglia migliaia di persone strette nella morsa del conflitto. «Non devo scegliere se andare a sud, scappare senza un rifugio, o restare», dice, consapevole che la sua età non gli lascerebbe alcuna possibilità fuori dall’inferno che è diventata la Striscia. «Qui non mi resta molto da vivere, se anche mi ammazzano…».
Questa rassegnazione tragica, che emerge dalle sue parole, riflette una realtà in cui la fuga è un'illusione e l'immobilità una condanna. Lo sanno bene padre Gabriel Romanelli e le 450 persone che, assieme a lui, vivono assediate da mesi nella parrocchia della Sacra Famiglia a Gaza city. A loro, come a tutti, non resta che fare i conti con un’ansia costante, un rischio imminente e la sensazione di essere in trappola, mentre le bombe continuano a cadere ovunque rendendo qualsiasi spostamento un’impresa ai limiti dell’impossibile.
Sullo sfondo di questa catastrofe umanitaria, le mosse del governo israeliano di Benjamin Netanyahu – che ha avviato quella che definisce la prima fase di occupazione di Gaza City e ha annunciato nuovi piani di insediamenti in Cisgiordania – continuano a suscitare forti reazioni internazionali. Una di queste è arrivata, sebbene in ritono, dalla presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, la cui presa di posizione è stata però accolta con scetticismo da chi le rimprovera un tono da opinionista più che da leader chiamata a prendere decisioni concrete. La critica, sottile ma precisa, è che denunciare il dramma sia inutile se non si specificano «quali azioni immediate e concrete intenda intraprendere il governo italiano per fermare Netanyahu e il suo piano criminale», un piano che procede verso la piena occupazione di un territorio già devastato da un numero incalcolabile di vittime.




