Milan, la petizione per allontanare Furlani supera le 25 mila firme: la contestazione si sposta ora sugli spalti di San Siro
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Redazione Sport
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La frattura, ormai profonda e forse irreversibile, tra la dirigenza rossonera e la propria base di sostenitori ha raggiunto l’ennesimo livello di guardia nelle ultime ore, quando la piattaforma Change.org ha certificato il superamento di quota 25 mila adesioni alla petizione che chiede le dimissioni immediate dell’amministratore delegato Giorgio Furlani. Un fenomeno, questo della raccolta firme digitali per chiedere la testa di un manager del calcio, che ha assunto connotati del tutto inediti nel panorama del tifo organizzato italiano; basti pensare, per comprendere la portata dell’anomalia, che secondo il giornalista Luca Serafini neppure durante gli anni di piombo, quando le lotte operaie infiammavano le fabbriche, si era mai assistito a una mobilitazione così strutturata per "esonerare" un amministratore delegato.
La valanga di proteste, generata dalla delusione per una stagione priva di trofei e dalla percezione di una sovraesposizione del management nelle scelte tecniche, non mostra alcun segno di rallentamento. Per la verità, il contatore delle sottoscrizioni continua a correre inarrestabile, e gli organizzatori dell’iniziativa – nel testo della petizione – hanno agito con una precisione documentale degna di una causa legale, elencando una serie di capi d’imputazione che vanno dalla “subordinazione dell’area sportiva alle esigenze di bilancio” fino alla gestione definita “accentratrice e opaca”.
La domenica della contestazione e il peso di una eredità ingombrante
Se il web è diventato il primo campo di battaglia, è però sugli spalti di San Siro che la resa dei conti potrebbe trasformarsi in uno spettacolo ben più viscerale. Domenica sera, in occasione della delicatissima sfida contro l’Atalanta – match che vale un pezzo consistente della qualificazione alla prossima Champions League – la Curva Sud ha già annunciato una protesta coralmente organizzata. I sostenitori, che pure hanno garantito un sostegno incondizionato alla squadra per l’intera durata dei novanta minuti, faranno precedere il calcio d’inizio da cori, striscioni e manifestazioni di dissenso indirizzate esclusivamente al vertice societario; l’obiettivo dichiarato è quello di colpire l’amministratore delegato senza penalizzare i calciatori in campo, in una distinzione psicologica che rivela la complessità del momento.
A rendere il clima ancora più irrespirabile, poi, ci pensa il contesto cittadino: dall’altra parte del Naviglio, l’Inter ha appena cucito il tricolore sulla maglia, festeggiando con caroselli e – come riportano le cronache – persino con l’affissione di adesivi celebrativi sul flagship store del Diavolo in via Dante. Questa ulteriore umiliazione pubblica, incastonata in un periodo in cui i risultati sul campo latitano, ha agito come un acceleratore del malcontento, spostando l’asticella della protesta da una semplice contestazione sportiva a un vero e proprio atto di accusa politico-gestionale.
Il peso delle parole di Serafini e la questione della doppia anima dirigenziale
Nel dettaglio delle accuse che gravano su Furlani, emerge con chiarezza un dato ricorrente che va al di là dei soli risultati della prima squadra. Secondo l’analisi approfondita di Serafini su Milannews.it, la gestione dell’ad viene accusata di aver progressivamente smantellato il rapporto quasi simbiotico tra il club e le sue frange più calde; si parla di una politica dei prezzi ritenuta inaccessibile per l’ultras storico, di un’apertura indiscriminata al turismo calcistico occasionale e di una distanza comunicativa – descritta come “fredda e distante” – che avrebbe spento l’entusiasmo identitario del milanismo più duro.
C’è poi, sullo sfondo, l’interrogativo relativo alla ripartizione effettiva del potere all’interno di via Aldo Rossi. Sebbene la petizione indichi nominalmente Furlani come bersaglio principale, gli osservatori più attenti notano come il manager sia di fatto l’esecutore diretto delle linee guida imposte dalla proprietà statunitense; una proprietà, quella guidata da Gerry Cardinale, che da oltre un anno insiste sul paradigma della sostenibilità economica come priorità assoluta. E mentre i tifosi chiedono a gran voce più ambizione e meno bilanci in attivo, la sensazione è che il loro grido di dolore rischi di infrangersi contro le logiche inamovibili del fondo d’investimento, a meno che – come si vocifera nei corridoi – la valanga delle venticinquemila firme non diventi un problema di reputazione tale da costringere il presidente a fare marcia indietro su uno dei suoi uomini più fidati.




