La spinta di Trump per un accordo entro l'estate e il muro di gomma di Putin

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il pressing della Casa Bianca su Kiev perché si arrivi a un’intesa, o quantomeno a una tregua di lungo periodo, entro giugno si scontra con una realtà sul campo che pare andare in direzione opposta, e lo testimoniano non solo le analisi dei think tank che monitorano il conflitto ormai da quattro anni, ma anche i report confidenziali che filtrano dalle cancellerie europee. Donald Trump, che pure ha costruito la sua narrazione politica sulla capacità di chiudere accordi in tempi rapidi, spinge per una soluzione prima delle elezioni di midterm, spinte da un lato da sondaggi interni alla sua amministrazione poco lusinghieri e, dall’altro, dalla necessità di consegnare ai libri di storia l’immagine di un presidente capace di fermare una guerra, un conflitto che, peraltro, ha ereditato e che dura ormai da quattro anni. Eppure, nonostante la regia americana sia affidata a figure di primo piano come l’inviato speciale Steve Witkoff e Jared Kushner, genero del presidente, i colloqui di Ginevra – gli ultimi in ordine di tempo – non hanno prodotto quegli scossoni diplomatici che ci si aspettava.

Il dado è tratto: Mosca gioca su due tavoli

A gettare ombre sulla reale volontà di pace del Cremlino ci hanno pensato i capi di cinque servizi di intelligence europei, i quali, in forma anonima e in dichiarazioni raccolte da Reuters, hanno dipinto un quadro netto e senza sconti: la Russia non ha alcuna intenzione di porre fine alle ostilità in tempi brevi, e utilizza il tavolo negoziale – definito da uno di loro come un vero e proprio “teatro” – per perseguire obiettivi che vanno ben oltre la questione ucraina. Tra questi, e lo hanno riferito quattro di loro, c’è la spinta per un allentamento delle sanzioni e la conclusione di affari bilaterali con gli Stati Uniti, un pacchetto di possibili accordi economici il cui valore, stando a quanto dichiarato dall’inviato speciale russo Kirill Dmitriev su X, supererebbe i 14mila miliardi di dollari. Una cifra, questa, che farebbe gola a molti, e che rappresenterebbe un’ancora di salvataggio per l’economia russa, messa a dura prova dalle sanzioni e da un costo del denaro proibitivo, con un tasso di interesse chiave al 15,5% e un fondo sovrano che si è più che dimezzato dall’inizio dell’invasione.

I tre segnali che inchiodano il Cremlino

Non sono solo le spie a lanciare l’allarme; a suffragare questa tesi arrivano puntuali le analisi dell’Institute for the Study of War (Isw), il think tank americano che segue ora per ora le dinamiche del fronte. Secondo gli analisti, Vladimir Putin avrebbe inviato a Ginevra un segnale chiarissimo, scegliendo come capo delegazione Vladimir Medinsky, un falco noto per le sue posizioni dure e per la tendenza, già emersa in passato, a infarcire i negoziati con lezioni di storia e “radici storiche” della guerra – una tattica, questa, che Volodymyr Zelensky ha bollato come un mero pretesto per prendere tempo, dichiarando di non avere bisogno di “sciocchezze storiche” per fermare le ostilità e passare alla diplomazia vera. Il secondo segnale, sempre secondo l’Isw, è la natura stessa delle richieste russe: non ci si accontenta di obiettivi parziali, ma si punta al controllo totale del Donbass e a un impegno formale della Nato a non espandersi mai verso est, una richiesta che l’ambasciata russa in Belgio ha rilanciato con forza parlando di una “bozza di trattato” risalente al dicembre 2021. Il terzo elemento, forse il più preoccupante, è la macchina bellica russa che continua a macinare carne da cannone: Putin starebbe preparando una nuova ondata di mobilitazione per compensare le perdite, che secondo Zelensky ammontano a 30-35mila uomini al mese tra morti e feriti gravi, un tributo di sangue che Mosca sembra disposta a pagare pur di non cedere di un millimetro.

Territorio e sicurezza, un nodo che sembra inestricabile

La distanza tra le posizioni emerge con chiarezza anche sui temi caldi del negoziato, a cominciare dalla questione territoriale. Se da un lato Kiev, pur con enormi sacrifici, sembrerebbe disposta a discutere concessioni – Zelensky ha parlato della possibilità di un referendum popolare su qualsiasi accordo, pur sottolineando come il popolo ucraino difficilmente accetterebbe un ritiro unilaterale dal Donbass orientale – dall’altro Mosca non mostra segni di apertura, insistendo per il ritiro delle forze ucraine dal restante 20% della regione di Donetsk che ancora non controlla. A complicare il quadro, l’Isw evidenzia come il Cremlino stia cercando di convincere l’amministrazione Trump che il solo vero nodo da sciogliere sia quello territoriale, omettendo però la questione cruciale delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina. L’ipotesi, ventilata da alcuni media occidentali, che gli Stati Uniti possano accettare di non firmare un accordo di sicurezza con Kiev fino a quando questa non avrà ceduto parte del suo territorio, viene vista dagli analisti come una trappola pericolosissima, che lascerebbe l’Ucraina esposta a una futura e rinnovata aggressione russa senza avere in cambio alcuna garanzia concreta di protezione da parte americana o dei partner europei.

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