Hollywood continua a umiliarci: la trama di Sydney Sweeney in «Euphoria» scatena le creator di OnlyFans
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La terza stagione di «Euphoria», il teen drama prodotto da HBO che da anni cavalca l’onda dell’eccesso come cifra stilistica, si è trovata al centro di una nuova polemica destinata a intestardirsi ben oltre i confini della serialità televisiva. Stavolta, a finire sotto la lente di ingrandimento non è tanto la violenza grafica o il malessere psicologico dei protagonisti, bensì la storyline affidatale a Sydney Sweeney – il personaggio di Cassie – che nella nuova tornata di episodi decide di aprire un profilo su OnlyFans abbracciando, almeno secondo la sceneggiatura, la professione di sex worker. E proprio da questa scelta narrativa è partita l’ondata di critiche durissime da parte di diverse creator che sulla piattaforma lavorano realmente: «Hollywood continua a umiliarci», hanno sintetizzato in coro, accusando la serie di rappresentare il sex work in termini grottescamente offensivi, stereotipati e lontani anni luce dalla quotidianità di chi quel mestiere lo svolge davvero.
L’accusa delle modelle: una narrazione crudele e distorta
Le professioniste del settore, molte delle quali attive proprio su OnlyFans da anni, non hanno usato mezzi termini nel bollare come irrispettoso il ritratto proposto da Sam Levinson, il creatore dello show. Secondo la loro lettura, «Euphoria» finirebbe per consegnare al grande pubblico l’ennesima caricatura della sex worker – disperata, autodistruttiva, manipolata o in balìa di eventi traumatici – senza concedere alcuna sfumatura né tantomeno uno sguardo autentico sulla complessità di una professione che, per molte di loro, rappresenta semplicemente una scelta lavorativa consapevole. Né, aggiungono le dirette interessate, si intravede nel personaggio di Cassie quel margine di agency e di controllo che invece caratterizza l’esperienza reale di migliaia di creator. Il paradosso, segnalano alcune di loro sui propri canali social, è che Hollywood continui a prendere distanza dal fenomeno OnlyFans con un misto di moralismo e fascinazione morbosa, producendo di fatto rappresentazioni che alimentano lo stigma invece di smontarlo.
Il personaggio di Cassie come capro espiatorio di una certa industria
Ciò che rende la vicenda particolarmente interessante, al di là della singola serie, è il meccanismo di delega simbolica che sembra attivarsi ogni volta che un prodotto di intrattenimento mainstream decide di raccontare il lavoro sessuale. Qui, la Cassie di Sydney Sweeney – già spettatrice delle proprie fragilità emotive nelle stagioni precedenti – diventa il contenitore perfetto per una narrazione che mescola voyeurismo e condanna implicita. Le creator di OnlyFans, leggendo le anticipazioni e le prime descrizioni della trama, hanno riconosciuto immediatamente quei vecchi cliché che le hanno sempre viste ritratte come vittime o come figure moralmente ambigue, mai come professioniste in grado di negoziare spazi, redditi e relazioni. Da qui, la rabbia: «Non chiediamo certo che una serie tv diventi un documentario, ma almeno un minimo di rispetto per la realtà che si vuole rappresentare», ha scritto una delle più seguite.
Una polemica che rilancia il dibattito sulla responsabilità degli autori
Non è la prima volta, occorre ricordarlo, che «Euphoria» si attira accuse legate alla rappresentazione di corpi, desideri e marginalità. Già in passato Levinson era stato criticato per un presunto sguardo maschile eccessivo, per la gestione della violenza e per una certa tendenza a confondere la provocazione con la profondità. Stavolta, però, il bersaglio è diverso perché più concreto: a parlare non sono solo critici o spettatori generici, ma lavoratrici e lavoratori che vedono nella finzione di Cassie un’occasione sprecata – se non dannosa – per normalizzare una professione che, al di fuori della bolla dei social, sconta ancora pesanti pregiudizi. L’assenza di consulenze autentiche da parte di sex worker nel team di sceneggiatori, denunciata indirettamente dalle creator, finisce così per rappresentare il nodo vero della questione: Hollywood continua a raccontare l’universo OnlyFans senza mai davvero interpellare chi lo vive.




