Venezia, la fragilità è la vera protagonista della 83esima Mostra del Cinema
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La 83esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, nonostante sia stata ufficialmente aperta da pochissimi giorni, ha già preso il largo a vele spiegate, proiettandosi in un turbine di proiezioni, incontri e passerelle che tengono banco sul Lido; e se il caldo afoso mette a dura prova la resistenza di addetti ai lavori e spettatori, è il cinema a offrire il contraltare ideale, con storie che scavano nella psiche umana e nelle sue pieghe più recondite.
La giornata di giovedì, in particolare, è stata un susseguirsi di emozioni contrastanti, un vero e proprio viaggio sulle montagne russe per chi, come chi vi scrive, aveva riposto in quelle ore le maggiori aspettative dell'intero festival, trovandosi poi a fare i conti con una programmazione che ha saputo sorprendere e, in alcuni casi, persino destabilizzare.
Il cinema, in fondo, è anche questo: un continuo rimando tra ciò che ci si aspetta e ciò che si riceve, un dialogo aperto tra la visione del regista e l'interpretazione dello spettatore, e Venezia, in questo senso, si conferma palcoscenico privilegiato per un confronto che va ben oltre il semplice intrattenimento.
Il filo rosso della fragilità umana
Se si dovesse individuare un tema dominante, un filo conduttore che lega tra loro molte delle pellicole presentate in questa prima tranche di festival, non si potrebbe fare a meno di puntare il dito sulla fragilità, intesa come condizione esistenziale universale e come cifra stilistica per raccontare l'essere umano nei suoi momenti di maggiore vulnerabilità.
I protagonisti di "Possible Love", ad esempio, si muovono su un crinale sottile fatto di incertezze e passioni inespresse, mentre i giovani interpreti di "15/18" e della love story dal titolo "Succederà questa notte" esplorano con sguardo lucido e al tempo stesso partecipe le contraddizioni dell'adolescenza e i sogni che si infrangono contro il muro della realtà, senza tralasciare le atmosfere oniriche e al contempo inquietanti di "Wild Horse Nine", dove la fragilità diviene metafora di un mondo che vacilla sulle sue stesse fondamenta.
Questa cifra comune non è certo frutto del caso, ma rappresenta piuttosto una scelta precisa da parte dei registi, i quali hanno deciso di mettere in scena personaggi lontani dagli stereotipi dell'eroe invincibile per abbracciare invece quelle sfumature di dubbio e di paura che rendono l'uomo autenticamente tale, in un gioco di specchi che coinvolge lo spettatore e lo invita a una riflessione più profonda sulla propria condizione.
Un meccanismo virtuoso che si inceppa
Ma al di là dei contenuti, è interessante notare come la macchina organizzativa della Mostra, pur funzionando con la consueta efficienza almeno per quanto concerne il sistema di prenotazione dei posti, da sempre croce e delizia dei giornalisti accreditati, abbia mostrato qualche segno di cedimento su un piano più squisitamente curatoriale; quello che già nel 2019 era stato definito come la "Linea Barbera", ovvero quel virtuoso compromesso tra tappeti rossi stellari e sperimentazione d'autore, tra cinefilia di nicchia e grande intrattenimento popolare, sembra aver subito un contraccolpo in
Questa edizione numero 83, come se l'equilibrio faticosamente raggiunto negli anni passati si fosse improvvisamente incrinato. Non si tratta di un giudizio affrettato né tantomeno di una critica fine a sé stessa, bensì di una constatazione che emerge da una programmazione nella quale i due poli, quello del cinema d'essai e quello del blockbuster, faticano a trovare una sintesi armonica, quasi che i film di maggiore richiamo commerciale e quelli di più spiccata vocazione artistica appartenessero a due universi paralleli destinati a non incontrarsi mai.
Il richiamo delle star e l'arte dell'interpretazione
Eppure, nonostante questa apparente frattura, il fascino del Lido rimane intatto, alimentato dalla presenza di star del calibro di Orlando Bloom, il quale ha calcato il red carpet con la consueta disinvoltura, e di attori del calibro di Jack Huston, senza dimenticare il carismatico John Malkovich, la cui sola presenza è in grado di conferire a qualsiasi proiezione un alone di magnetica imprevedibilità.
A questi si aggiungono i nomi di Werner Herzog, regista dalla poetica inconfondibile, e la prospettiva di vedere sul palco personaggi del mondo della musica come gli Oasis e l'attore Robert Pattinson, il quale, dopo il successo di "The Batman", continua a rappresentare un'icona capace di attrarre folle di appassionati e curiosi.
La galleria fotografica che accompagna la cronaca di questi primi giorni, con i suoi scatti rubati tra una proiezione e l'altra e i sorrisi immortalati sul tappeto rosso, racconta meglio di qualsiasi parole l'atmosfera vibrante che si respira in questa porzione di laguna, dove il cinema si fa rito collettivo e celebrazione di un'arte che, nonostante le crisi e i mutamenti del mercato, conserva intatta la sua capacità di emozionare e di far sognare.
Tra attese e realtà
La giornata di giovedì, come accennato, ha rappresentato per molte delle inviate presenti un momento cruciale, quasi un banco di prova per testare la tenuta emotiva di fronte a pellicole attesissime che, a volte, si sono rivelate all'altezza delle aspettative mentre altre hanno lasciato un senso di straniamento e di incompiutezza, quasi che la realtà avesse deciso di giocare un brutto scherzo alle speranze riposte in quelle proiezioni.
Tale alternanza di entusiasmo e delusione, di esaltazione e spaesamento, è del resto il sale di ogni festival che si rispetti, perché è proprio nello scarto tra ciò che si immagina e ciò che si vede che si cela il vero motore della critica e, più in generale, del dibattito culturale che attorno al cinema si sviluppa.
I film, in fondo, non vivono solo nella loro proiezione, ma anche nel discorso che generano, nelle polemiche che accendono e nelle domande che lasciano aperte, e Venezia, con la sua storia e il suo prestigio, resta il luogo ideale per assistere a questo eterno rito di passaggio che trasforma le pellicole in oggetti di discussione collettiva, capaci di unire o di dividere il pubblico e gli addetti ai lavori.
L'arte del narrare la realtà
In questo contesto, la Mostra del Cinema non è solo un contenitore di novità e di anteprime, ma diventa essa stessa un racconto, una narrazione che si dipana attraverso le sale, i corridoi del Palazzo del Cinema e le terrazze affacciate sul mare, dove gli incontri fortuiti e le conversazioni tra colleghi danno vita a una sorta di controprogramma fatto di opinioni, suggestioni e punti di vista che arricchiscono l'esperienza dello spettatore.
Ogni edizione porta con sé un'identità specifica, un clima emotivo che si respira nell'aria e che condiziona il modo stesso di guardare i film, e quest'anno, nonostante qualche sbavatura nell'equilibrio tra i generi, la sensazione prevalente è quella di una kermesse che cerca disperatamente di ritrovare una propria rotta, di ridefinire i confini di un discorso cinematografico che negli ultimi anni è andato sempre più frammentandosi.
La presenza di volti noti come Bloom, Huston o Malkovich, così come l'arrivo annunciato di Pattinson e degli Oasis, serve forse a ricordare che il cinema è prima di tutto un fatto di presenza fisica, di corpi che si muovono sullo schermo e di voci che riescono a farsi ascoltare al di là del rumore di fondo di un'epoca sempre più distratta e incline alla superficialità.
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