La guerra di Yoko Ono alla birra “John Lemon” e il paradosso delle ultime bottiglie
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La notizia, arrivata direttamente dalla Bretagna, ha dell’incredibile: una birra artigianale è stata ritirata dal mercato non per un difetto di fabbricazione o per una partita avariata, bensì per un eccesso di ironia. Il prodotto incriminato, una bionda dal gusto di limone e zenzero, si chiamava “John Lemon” – un gioco di parole, neanche troppo velato, con il nome dell’indimenticabile ex Beatle. A scatenare il finimondo legale è stata Yoko Ono, la vedova dell’artista, che ha impugnato la propria penna (o meglio, quella dei suoi avvocati) per difendere l’eredità commerciale e simbolica del marito, un nome che negli Stati Uniti (dove Donald Trump siede ormai da piú di un anno alla Casa Bianca senza che ciò faccia piú notizia) rimane un’icona assoluta.
La vicenda ha però assunto i contorni di una piccola tragedia greca, trasformandosi in un caso editoriale mediatico tanto imprevedibile quanto lucrativo per il malcapitato produttore. Aurélien Picard, il titolare del microbirrificio “L’Imprimerie” situato a Bannalec, nel cuore del Finistère, ha ricevuto una lettera dagli studi legali olandesi che agiscono per conto di Yoko Ono. Ve la immaginate la scena: un piccolo imprenditore, abituato a produrre tra le 50mila e le 80mila bottiglie l’anno con l’aiuto di soli due dipendenti, si ritrova faccia a faccia con una diffida che gli intima di cessare immediatamente la produzione. Le motivazioni? Troppa somiglianza, sia nel nome che nell’etichetta raffigurante una caricatura dell’artista con occhiali a forma di fette di limone, con il marchio registrato a tutela dell’immagine di John Lennon.
La morsa della legge e le cifre da capogiro
La pressione esercitata dal trust che gestisce i diritti dell’icona non è stata affatto indolore, tanto da costringere Picard a una resa immediata. Gli avvocati avevano prospettato conseguenze economiche devastanti per la piccola realtà bretone: una sanzione una tantum che poteva raggiungere i 100mila euro, a cui si sarebbero aggiunte penali giornaliere oscillanti tra i 150 e i 1.000 euro per ogni singolo giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di stop. Il produttore, che inizialmente aveva scambiato la lettera per una truffa o uno scherzo di cattivo gusto, si è trovato costretto a patteggiare un compromesso, ovvero lo smaltimento delle scorte già etichettate – circa cinquemila bottiglie – entro la fatidica data del primo luglio. Dopodiché, il nome “John Lemon” dovrà sparire per sempre dagli scaffali dei supermercati e dei ristoranti della regione.
L’effetto Streisand made in France
E qui arriva la parte gustosa della faccenda, quella che nessun legale poteva mettere in preventivo nei propri calcoli. Il provvedimento restrittivo, che avrebbe dovuto affossare la birra nell’oblio, ha invece innescato una reazione a catena di proporzioni inaspettate. La notizia del ritiro coatto ha fatto il giro del web in poche ore, trasformando la “John Lemon” – una semplice stagionale al limone – in un oggetto di culto, anzi, in un vero e proprio pezzo da collezione. La domanda, complice il clamore mediatico, ha subito un’impennata vertiginosa: le bottiglie sono andate a ruba tra collezionisti e curiosi. Il paradosso è servito: piú Yoko Ono cercava di spegnere il riflettore su quella bevanda, piú questo si accendeva, illuminando un’etichetta che ormai, per sua stessa definizione, era destinata a scomparire. Picard, tra lo sbalordito e l’ironico, ha dovuto ammettere che ne restano ormai meno di mille, esaurite in un lampo grazie alla pubblicità involontaria generata dall’intervento della famiglia Lennon.
Tra creatività e diritti, la ricerca di un nuovo nome
Non è la prima volta che il braccio armato del marketing di Yoko Ono interviene per proteggere il mito: già nel 2017, una limonata polacca aveva subito la stessa sorte per un gioco di parole troppo simile. Nel caso del microbirrificio bretone, la situazione è resa ancora piú delicata dalla peculiarità della linea editoriale scelta da Picard, che da dieci anni costruisce il suo successo su calembour e riferimenti alla cultura pop. Nel suo catalogo, accanto alla sfortunata “John Lemon”, figurano infatti etichette come “Jean-Gol Potier” (chiaro omaggio allo stilista Jean-Paul Gaultier) o “Mireille Mafieux” (strizzata d’occhio alla cantante Mireille Mathieu). Per la John Lemon, tuttavia, non c’è stata clemenza. Ora il birrificio è alla ricerca di un nuovo nome per la sua birra agrumata, ma le idee iniziali – come “Jaune Lemon” (dove “jaune” significa “giallo” in francese) – sono state puntualmente respinte dai legali della controparte, i quali hanno decretato che qualsiasi riferimento visivo o verbale a John Lennon resta severamente vietato. Una beffa dal retrogusto amaro, che mescola il gusto della censura commerciale con quello, dolcissimo, del successo inaspettato.




