La guerra in Iran e gli italiani bloccati a Dubai, Maggiolini: «In Medio Oriente la deterrenza non basta più»
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Redazione Esteri
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La scomparsa della Guida Suprema Ali Khamenei, avvenuta nel corso degli attacchi coordinati tra Stati Uniti e Israele, non rappresenta uno spartiacque improvviso quanto piuttosto una poderosa accelerazione di crepe e riconfigurazioni che da tempo solcano il sottosuolo mediorientale. A offrire questa chiave di lettura è Paolo Maggiolini, docente di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica del Sacro Cuore, il quale invita a non confondere la riscrittura dei rapporti di forza, oggi evidente sotto i colpi dell’operazione militare, con una trasformazione strutturale e duratura degli equilibri regionali. La regione, spiega l’accademico, è attraversata da un processo di transizione che affonda le sue radici ben prima di queste ore di fuoco, e la morte del leader iraniano – per quanto evento epocale – rischia di farci scambiare il sintomo per la malattia, la velocità degli eventi per un reale mutamento di paradigma. La deterrenza, concetto cardine della strategia occidentale per decenni, sembra aver esaurito la sua efficacia in uno scenario dove le linee rosse vengono superate prima ancora di essere tracciate, e dove l’attuale conflitto – che Donald Trump ha dichiarato durerà almeno quattro settimane – sta già riscrivendo la mappa delle alleanze e delle ostilità.
Nel mentre i cieli del Golfo Persico sono solcati da missili e droni, con fortissime esplosioni segnalate nei pressi dell’aeroporto di Erbil, in Iraq, e un attacco che ha danneggiato l’ambasciata statunitense a Riad, centinaia di cittadini italiani si sono trovati improvvisamente prigionieri di questa escalation. Tra loro, la connazionale Michela Marchi, bloccata a bordo di una nave da crociera, ha raccontato l’angoscia di un’assistenza diplomatica che definisce inesistente: impossibile, dice, stabilire un contatto con il ministero, l’ambasciata o il consolato, mentre sui display dei cellulari continuano a comparire messaggi in arabo che lanciano l’allarme per imminenti attacchi missilistici e intimano di raggiungere i bunker. Una situazione di caos e paura che coinvolge anche circa duecento studenti italiani, parte del progetto “Ambasciatori del futuro”, per i quali è stato organizzato un volo di Stato previsto per il pomeriggio, assieme ai loro accompagnatori, in una corsa contro il tempo per sottrarli a una guerra che non conosce confini.
La risposta americana e l’allargamento del conflitto
La Casa Bianca, attraverso la voce del presidente Trump, ha già annunciato una risposta ferma agli attacchi subiti, in particolare quello contro la propria rappresentanza diplomatica in Arabia Saudita, mentre l’esercito israeliano (Idf) prosegue con raid simultanei contro postazioni iraniane e di Hezbollah, concentrandosi su Teheran e Beirut. Gli Stati Uniti rivendicano la distruzione di centri di comando dei pasdaran, le guardie della rivoluzione, in quella che si configura come una campagna volta a decapitare l’apparato militare-teocratico di Teheran. Sei soldati americani, al momento, risultano caduti in questo quarto giorno di conflitto, un tributo di sangue che alimenta ulteriormente la spirale bellica. Trump, dal canto suo, non esclude l’invio di truppe di terra, e con una retorica che ricorda i momenti più caldi della sua presidenza, ha dichiarato che gli Stati Uniti sono “pieni di munizioni” e pronti a combattere “per sempre”, qualora fosse necessario.
La condizione dei connazionali e il nodo sicurezza
Mentre i capi di Stato maggiore pianificano le prossime mosse e le ambasciate chiudono i battenti, la priorità immediata per l’Italia diventa la messa in sicurezza dei propri cittadini. Oltre ai croceristi e agli studenti, risultano bloccate a Dubai circa cinquecento persone, tra cui molti lavoratori e turisti colti di sorpresa dalla rapidità con cui la tensione si è trasformata in un conflitto aperto. La testimonianza di Patrizia Floder Reitter, che parla di “500 italiani bloccati a Dubai” e di una sostanziale assenza di assistenza da parte delle autorità, fotografa un momento di profonda difficoltà organizzativa, con la macchina diplomatica costretta a operare in un contesto di bombardamenti e chiusura degli spazi aerei. Una situazione che richiederà, una volta rientrata l’emergenza, una riflessione approfondita sulla capacità del sistema di proteggere i connazionali all’estero in scenari ad alta intensità conflittuale.




