Pesaro e la scia di luci e note sul festival: da Maria Antonietta al lavoro silenzioso della Sound D Light

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il tributo della città di Pesaro al festival di Sanremo, la cui settantaseiesima edizione si è conclusa nella serata di ieri, non si è misurato esclusivamente attraverso il posizionamento in classifica di uno dei suoi artisti in gara, bensì ha assunto le forme di un contributo capillare e, per certi versi, strutturale alla macchina dello spettacolo. Se il riflettore si accende, com’è naturale che sia, sui volti e sulle voci che calcano il palco dell’Ariston, è altrettanto doveroso osservare come, alle spalle di quei riflettori, operi una filiera tecnica e imprenditoriale che vede la provincia marchigiana giocare un ruolo da protagonista. La Sound D Light, azienda del territorio specializzata nella progettazione e nella fornitura di service audio e luci, rappresenta una di quelle realtà che, con il proprio lavoro certosino e la propria competenza, contribuisce a disegnare l’architettura visiva e l’impatto emotivo della kermesse; un’impresa che da anni collabora stabilmente con la direzione artistica e con la regia televisiva, e che anche in questa edizione ha messo la propria firma, seppur invisibile al grande pubblico, sulla riuscita dell’evento. E poi c’era lei, la componente artistica, quella fatta di carne, voce e sentimento, rappresentata in questa occasione dalla “pattuglia” pesarese in gara: Maria Antonietta, al secolo Letizia Cesarini, che in coppia con il compagno di vita e di musica Colombre, ovvero Giovanni Imparato originario di Senigallia, ha portato all’Ariston una canzone d’amore che di quel sentimento esplorava le pieghe più intime e quotidiane.

Maria Antonietta e Colombre: il racconto della felicità senza classifica

La loro avventura sanremese, conclusasi con un ventunesimo posto che certamente non ne esaurisce il valore artistico, ha rappresentato un esordio assoluto tra i “big” per il duo, un progetto nato dalla volontà di fondere due carriere soliste lunghe e rispettate in un’unica, coraggiosa dichiarazione di vita vissuta. Il brano presentato, “La felicità e basta”, è una fotografia nitida e priva di artifici di quel territorio emotivo, così difficile da raccontare senza scadere nella banalità, che è la quotidianità di una relazione lunga quindici anni; una relazione che loro stessi, in più di un’intervista precedente al festival, avevano definito come un “atto di rivoluzione” in un’epoca dominata dalla frammentazione e dall’individualismo. Non è un caso che, pochi minuti dopo lo spegnersi delle telecamere e la proclamazione del vincitore, il duo abbia affidato ai social un messaggio che suonava come una sintesi perfetta del loro percorso: «La felicità e la pace sono un lavoro collettivo. Siamo tutti responsabili». Una frase, questa, che allontana la logica della competizione e riporta il fare musica al suo significato più autentico, quello della condivisione e della responsabilità reciproca, sia essa tra due persone che hanno scelto di vivere e creare insieme, sia tra gli artisti e il loro pubblico. La loro performance, infatti, è apparsa fin da subito come un piccolo scrigno di intimità proiettato in un contesto spesso dominato da dinamiche opposte, e ha conquistato l’attenzione della critica e degli addetti ai lavori per la sua eleganza e per la forza di una passione che, a differenza di tante narrazioni costruite a tavolino, appariva autentica e tangibile.

La genesi di un progetto e l’approdo all’Ariston

Per comprendere la profondità del loro passaggio sul palco dell’Ariston, occorre tornare indietro di qualche mese, a quando il loro nome venne incluso nella lista dei trenta partecipanti svelata da Carlo Conti. Un traguardo che per Letizia Cesarini, pesarese doc con un passato da cantautrice indie che l’ha vista aprire concerti per artisti del calibro di Lana del Rey e Calcutta e collaborare con Brunori SAS, e per Giovanni Imparato, musicista e produttore senigalliese con collaborazioni che spaziano da Iosonouncane a Coez, rappresentava la naturale evoluzione di un percorso artistico parallelo che da tempo procedeva in simbiosi. Il loro album “Luna di miele”, uscito nell’autunno del 2025, aveva già messo in luce questa chimica, raccontando l’amore non come una passione travolgente e immediata ma come un “lavoro collettivo”, appunto, fatto di piccoli gesti, di consuetudini, di una felicità che si costruisce giorno dopo giorno. In un’intervista rilasciata nei mesi precedenti al festival, avevano confessato con ironia il timore di raccontarsi in modo così nudo, consapevoli che parlare di una relazione stabile e felice potesse sembrare, in un panorama musicale spesso incline a celebrare l’effimero e il tormento, quasi un gesto controcorrente, quasi ridicolo, ma era proprio quel rischio a renderlo interessante ai loro occhi. Ed è esattamente quella cifra stilistica e umana che hanno portato in dote a Sanremo: una ventata di realismo magico, per citare il Titolo di un lavoro solista di Colombre, in una cornice che di magico, nel senso televisivo del termine, ne ha da vendere, ma che raramente si lascia attraversare da una così genuina dichiarazione di intenti.

La filiera pesarese e la costruzione del light show

Parallelamente alla loro avventura, la città di Pesaro poteva vantare un’altra presenza fissa e determinante all’interno del Teatro Ariston: quella della Sound D Light, azienda che ormai da diverse edizioni cura l’intero disegno luci della manifestazione. Un lavoro imponente, quello dell’impresa marchigiana, che richiede una progettazione minuziosa e una capacità di adattamento ai diversi momenti dello spettacolo, dalle esibizioni dei cantanti in gara ai monologhi dei conduttori, passando per gli ospiti e le scenografie in continua evoluzione. Il loro contributo, sebbene meno appariscente di quello degli artisti in passerella, è altrettanto fondamentale per la buona riuscita della messa in scena; sono loro, con le loro attrezzature e la loro regia tecnica, a creare quelle atmosfere, a sottolineare quelle emozioni, a rendere ogni canzone un racconto visivo coerente con la sua anima musicale. Una presenza silenziosa e professionale che conferma, qualora ce ne fosse bisogno, come il tessuto imprenditoriale e artigianale delle Marche sappia ritagliarsi spazi di assoluto rilievo anche nei contesti più seguiti e competitivi del panorama nazionale, portando un sapere fatto di esperienza e di passione per il proprio lavoro.

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