La Spagna chiude i cieli agli Stati Uniti: “Guerra illegale, non vogliamo essere complici”
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Redazione Esteri
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Il governo di Pedro Sánchez ha alzato il muro contro l’amministrazione Trump, sbarrando ufficialmente il proprio spazio aereo ai velivoli militari statunitensi coinvolti nel conflitto in Iran. La decisione, confermata dalla ministra della Difesa Margarita Robles, non rappresenta un ripensamento tardivo bensì il naturale corollario di un’opposizione dichiarata fin dal primo giorno: se le basi di Rota e Morón erano già off-limits per le operazioni belliche, ora lo è anche il cielo che le separa dal fronte. “È stato chiarito alle forze armate americane sin dall’inizio – ha scandito Robles – non autorizziamo l’uso delle basi né, ovviamente, dello spazio aereo spagnolo per azioni legate a questa guerra”. Un messaggio secco, privo di ambiguità, che trasforma la Spagna nel fronte europeo più compatto contro quella che Madrid definisce una “guerra profondamente illegale e ingiusta”.
Le parole di Sánchez e la memoria dell’Iraq
Sánchez ha voluto radicare questa scelta in una cornice storica precisa, evocando lo spettro della guerra in Iraq del 2003 per mettere in guardia l’opinione pubblica. “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra – ha ammonito il premier – perché è così che iniziano i grandi disastri dell’umanità”. Una frase che pesa come un macigno nelle relazioni transatlantiche, specialmente ora che alla Casa Bianca siede di nuovo Donald Trump, il quale non ha certo gradito l’atteggiamento “poco cooperativo” di Madrid. Dall’altra parte dell’oceano, la reazione non si è fatta attendere: fonti della presidenza hanno liquidato la mossa spagnola con un secco “non abbiamo bisogno del vostro aiuto”, sottolineando come gli Stati Uniti stiano raggiungendo tutti gli obiettivi dell’operazione “Epic Fury” senza l’assistenza di Sánchez. Un botta e risposta che restituisce l’idea di un’alleanza logorata, dove il vecchio continente fatica a trovare una voce unica.
L’Italia nel mirino: basi e voli da Aviano
Se Madrid chiude le porte, Roma sembra invece muoversi su un binario diverso, sebbene con la stessa prudenza verbale. L’esecutivo di Giorgia Meloni nega da settimane di voler trascinare il paese in guerra, così come smentisce ricevute richieste formali da Washington per l’uso delle basi italiane. Tuttavia, il quadro che emerge dai monitoraggi del traffico aereo racconta una realtà più sfumata: decine di voli militari, tra cui rifornitori e caccia F-16, continuano a operare da Aviano e da altre installazioni nel Sud Europa, alimentando il cosiddetto “ponte aereo” verso il Medio Oriente. Una mobilità logistica che, sebbene formalmente non configuri un’alleanza bellica, di fatto trasforma il territorio italiano in un gigantesco scalo di rifornimento per le operazioni contro Teheran.
La frizione nella Nato e le minacce commerciali
La scelta di Sánchez espone una crepa rara all’interno della Nato, dove i membri sono soliti allinearsi (almeno pubblicamente) sulle direttive statunitensi. Non è la prima volta che la Spagna imbocca una strada solitaria: già in passato aveva contestato le azioni di Israele a Gaza e resistito alle pressioni per aumentare la spesa militare al 5% del Pil. Stavolta, però, la posta in gioco è più alta, perché la Casa Bianca ha tirato in ballo le ritorsioni economiche. Trump ha minacciato di “tagliare tutti i commerci” con Madrid, una prospettiva inquietante per un’economia fortemente dipendente dalle esportazioni. Eppure, né Sánchez né Robles hanno mostrato segni di cedimento, ribadendo che la sovranità nazionale prevale sulle minacce commerciali. Una linea dura che, sul breve periodo, rischia di isolare la Spagna nel contesto europeo, ma che nel lungo periodo potrebbe ridefinire i confini della lealtà atlantica.




