Il Pil reale umilia le previsioni, l'Istat raddoppia la stima di crescita

Il Pil reale umilia le previsioni, l'Istat raddoppia la stima di crescita
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ECONOMIA

Redazione Economia Redazione Economia   -   Dopo che per diversi giorni, sulla base delle ultime previsioni della Commissione europea, si è consumata l’ennesima sceneggiata mediatica sulle sorti dell’economia italiana – umiliata nei commenti e nei dibattiti con frasi del tipo “maglia nera d’Europa” o “Paese che non sa più crescere” – i numeri veri hanno clamorosamente spiazzato quelle proiezioni.

A scompaginare i catastrofismi di maniera è stato ieri l’Istat, l’istituto nazionale di statistica, che ha rivisto al rialzo le stime relative al prodotto interno lordo del primo trimestre del 2026.

La revisione non è marginale: la crescita congiunturale è passata dal +0,16% della rilevazione preliminare (dato quest’ultimo che già superava le fredde attese di Bruxelles) a un +0,28%, ovvero quasi il doppio. Una correzione significativa che trasforma un timido miglioramento in un'accelerazione tutt’altra che trascurabile, e che costringe a riconsiderare i narrativi dominanti delle scorse settimane.

Il sorpasso dei conti reali sulle previsioni

Nel dettaglio, stando al rapporto diffuso dall’Istituto, il Pil nel primo trimestre del 2026 è cresciuto dello 0,3% rispetto ai tre mesi precedenti e registra un +0,8% sul primo trimestre del 2025.

Si tratta di una performance che corregge decisamente al rialzo la stima preliminare diffusa lo scorso 30 aprile, quando gli analisti avevano rilevato un +0,2% congiunturale e un +0,7% tendenziale.

L’acquisizione di informazioni più complete sul trimestre – una procedura tecnica ordinaria che spesso si limita a ritocchi minimi – ha invece stavolta prodotto un effetto sorpresa.

A trainare il rimbalzo sono state soprattutto le esportazioni, schizzate del 2,2% rispetto all’ultimo trimestre del 2025, un dato che inverte clamorosamente il segno di un precedente andamento altalenante. Anche i consumi finali nazionali e gli investimenti fissi lordi sono aumentati, registrando rispettivamente un +0,4% e un +0,7%.

La domanda estera netta ha contribuito alla crescita per 0,9 punti percentuali, sebbene la riduzione delle scorte (che ha sottratto 1,1 punti) abbia frenato un risultato altrimenti ancora più brillante.

Lavoro e conti pubblici: i numeri che smentiscono il pessimismo

Parallelamente alla revisione del Pil, arrivano conferme positive anche dal fronte del lavoro, un elemento che il governo intende rivendicare come il lascito più tangibile della propria politica economica.

Nonostante qualche flessione marginale su base mensile legata a specifiche fasce demografiche, il quadro tendenziale mostra un aumento degli occupati pari a 269.000 unità su base annua, con il tasso di disoccupazione sceso al 5,1% ad aprile, toccando il minimo storico per la serie storica.

Un dato, quest’ultimo, che assume particolare rilievo se comparato alle critiche mosse dall’opposizione: Matteo Renzi e Elly Schlein, che solo poche settimane fa avevano dipinto uno scenario di ristagno sociale, si trovano ora a fare i conti con statistiche che raccontano una realtà diametralmente opposta.

E c’è di più: la cosiddetta “variazione acquisita” per l’intero 2026 – ovvero la crescita matematica garantita anche in caso di stagnione nei prossimi tre trimestri – è già pari allo 0,6%.

Il senatore di Fratelli d’Italia Nicola Calandrini, presidente della 5ª Commissione Bilancio, ha parlato di “fatti che smentiscono il pessimismo”, sottolineando come l’Italia possa vantare un avanzo primario in rapporto al Pil dell’1,6%, una situazione decisamente migliore rispetto alla media dell’Eurozona che si attesta su valori negativi.

Le ombre dell’inflazione e le scorie del debito

Tuttavia, se il bicchiere appare mezzo pieno sul versante della crescita e dell’occupazione, restano alcune criticità strutturali che impediscono di archiviare del tutto le preoccupazioni.

L’inflazione, tornata a premere soprattutto a causa dei rincari energetici legati alle tensioni in Medio Oriente (con gli effetti del conflitto in Iran destinati a pesare concretamente dal secondo trimestre dell’anno), si attesta su livelli che erodono il potere d’acquisto delle famiglie e comprimono i margini delle imprese.

A ciò si aggiunge la questione della produttività, da anni un tasto dolente dell’economia tricolore, e quella dei salari reali, che faticano a tenere il passo con il costo della vita.

Sul fronte della finanza pubblica, inoltre, l’Italia continua a pagare un conto salato per il proprio debito storico: gli interessi passivi assorbono ancora una quota rilevante del Pil, una zavorra che il governo Meloni ha ereditato ma che, nonostante i proclami sulla riduzione del deficit, richiederà anni di rigore per essere alleggerita.

Il superbonus, più volte citato dai rappresentanti della maggioranza come esempio di spreco delle passate gestioni, rimane un capitolo di spesa che grava sui conti, ma i numeri diffusi dall’Istat raccontano comunque di un Paese che, a dispetto di tutto, continua a camminare.

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