L’ombra del post e la fine solitaria: è morto Stefano Addeo, il professore travolto dalla bufera per gli auguri di morte alla figlia di Meloni
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Redazione Interno
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L’Ospedale del Mare di Napoli ha fatto da sfondo, nelle scorse ore, all’epilogo di una vicenda giudiziaria e umana che aveva scosso l’opinione pubblica circa un anno fa. È deceduto per un improvviso arresto cardiaco Stefano Addeo, il docente di 66 anni che nel giugno del 2025 si era reso protagonista – suo malgrado – di una bufera mediatica nazionale: era lui l’autore di quel post raccapricciante pubblicato sui social, quello in cui auspicava la morte della figlia della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
L’uomo, ricoverato nel reparto di terapia intensiva dallo scorso 10 maggio in conseguenza di un secondo tentativo di suicidio (si era lanciato nel vuoto dalla finestra della sua abitazione, compiendo un volo di circa due metri), non ce l’ha fatta. Le sue condizioni, inizialmente giudicate non critiche tanto che era giunto al nosocomio in stato di coscienza, sono progressivamente precipitate nelle settimane successive, fino alla crisi cardiaca fatale.
Il doppio lutto e il peso della gogna
Se la morte del professore rappresenta già di per sé una pagina tragica, il destino ha voluto aggiungere un colpo ulteriore, quasi inverosimile. A poche ore di distanza dalla scomparsa di Stefano, si è spenta anche sua madre, Emanuela Allocca, che aveva 92 anni. I due, che vivevano insieme e condividevano quotidianità e spazi, sono morti lo stesso giorno: lui nel letto d’ospedale, lei tra le mura domestiche che li avevano visti crescere e invecchiare.
Un dettaglio, quest’ultimo, che restituisce con crudezza la portata dell’isolamento che ha avvolto l’ex insegnante di tedesco, sospeso dall’insegnamento presso un istituto superiore della provincia di Napoli dopo il provvedimento disciplinare dell’Ufficio Scolastico Regionale.
Non si trattava della sua prima richiesta di aiuto: già nel giugno del 2025, appena due giorni dopo la pubblicazione del post, aveva tentato il suicidio ingerendo un mix di psicofarmaci, venendo salvato in extremis grazie a una sua stessa segnalazione telefonica alla dirigente scolastica.
Le scuse pubbliche e la richiesta di perdono alla premier
La genesi di questo crollo va ricercata in quelle poche righe scritte in preda all’impulso. Nel messaggio incriminato, Addeo augurava alla bambina della premier di fare la stessa fine di Martina Carbonaro, l’adolescente di quattordici anni di Afragola uccisa dall’ex fidanzato.
Travolto dall’ondata di sdegno e dalle reazioni politiche, il professore tentò immediatamente di correre ai ripari: cancellò il post, rilasciò dichiarazioni pubbliche di pentimento (“È stato un gesto stupido, scritto d’impulso, non si augura mai la morte, soprattutto a una bambina”) e arrivò addirittura a scrivere una lettera a Palazzo Chigi per chiedere un incontro personale con Giorgia Meloni, desiderando poterle chiedere scusa guardandola negli occhi.
Dai suoi racconti successivi, trapelò anche la ricezione di una risposta istituzionale che lasciava intendere la disponibilità della premier a incontrarlo, un gesto che l’uomo aveva definito “di grande umanità”. Non ci sono però elementi certi per stabilire se quell’incontro abbia mai avuto luogo o se si sia risolto in un nulla di fatto.
Il percorso giudiziario e lo sviluppo delle indagini
Parallelamente alla tragedia privata, la macchina della giustizia ha compiuto il suo corso, sebbene la morte del diretto interessato determini l’archiviazione di eventuali procedimenti penali pendenti. Al momento del secondo e fatale gesto – il volo dal secondo piano avvenuto lo scorso 10 maggio – i Carabinieri hanno informato l’autorità giudiziaria, come da prassi in caso di suicidio o di suoi tentativi, ma la salma è stata successivamente restituita ai familiari senza che fossero disposte particolari trattenute.
Restano impresse le parole di scusa di Addeo, che a suo tempo ribadì come il post non lo rappresentasse né come uomo né come educatore. “Non ritiro le mie idee politiche (non mi sento rappresentato da questo governo) ma chiedo scusa per il contenuto. È stata una frase infelice, inadeguata, inaccettabile”, fu la sua disperata difesa in un’intervista rilasciata nel pieno del clamore mediatico. La sua parabola, iniziata con un gesto di inqualificabile violenza verbale, si chiude ora con il silenzio di una terapia intensiva e il dolore di una famiglia decimata.




