Diego Dalla Palma a Verissimo: "Ho programmato la mia morte"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Davanti a Silvia Toffanin, nel salotto di Verissimo, Diego Dalla Palma ha scelto di affrontare senza mezzi termini il tema che, in queste ore, lo ha portato al centro del dibattito pubblico. Con una lucidità che ha colpito molti, il noto truccatore e icona dello stile ha ribadito la sua decisione più radicale: porre volontariamente fine alla propria esistenza prima di compiere ottant'anni. "Io sto bene, non ho alcun male incurabile", ha tenuto a precisare, sottolineando come la sua non sia una scelta dettata dalla malattia, bensì da una profonda e personale riflessione filosofica sulla vita e sul suo opposto. La vecchiaia, ha affermato con parole che non lasciano spazio a interpretazioni, viene da lui considerata "la peggior malattia", un'umiliazione dalla quale intende preservarsi.
Il confronto con la morte e il ricordo del coma
Le radici di una simile presa di posizione, come ha spiegato lui stesso, affondano in un'esperienza lontana, risalente alla sua prima infanzia. All'età di soli sei anni, un coma profondo gli fece fare un incontro ravvicinato con la morte, un'esperienza che, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non ha mai percepito come traumatica. "Ho percepito quel momento come un volo dove incontravo figure fluttuanti che mi venivano incontro e mi davano benessere", ha raccontato, descrivendo una sensazione di pace e di sollievo. Sua madre, ha ricordato, notava come, dopo quel periodo, il bambino tendesse spesso a chiudersi in se stesso, in un silenzio che forse custodiva già il germe di una visione differente del trapasso. Quel ricordo, che lui definisce di "fascino" verso l'ignoto, ha plasmato nel tempo la sua concezione della fine, che oggi rifiuta di vedere come "una dea vestita di nero che porta disgrazie".
La necessità di un dialogo e il peso delle giustificazioni
Rendere pubblica una scelta così intima e irrevocabile, però, ha portato con sé una conseguenza inattesa: la costante necessità di doversi giustificare. "Vivo malissimo perché devo giustificarmi", ha confessato a Toffanin, evidenziando il peso che deriva dall'esporre una decisione che sfida un tabù sociale ancora molto forte. Proprio per questo, una delle sue intenzioni, nel parlare apertamente del suo progetto, è anche quella di stimolare un dibattito più aperto e sereno sull'argomento. "Mi piacerebbe che si parlasse di più di morte, specie ai figli, in modo che poi non vivano un trauma", ha dichiarato, auspicando un'educazione al fine vita che possa alleviare la paura e lo stigma che troppo spesso lo accompagnano.
La reazione in studio e la definizione di un'estetica esistenziale
Di fronte a un annuncio di tale portata, non sono mancate le reazioni, neppure all'interno dello studio televisivo. Silvia Toffanin, ascoltando le sue motivazioni, non ha nascosto il suo personale punto di vista, definendo la sua scelta come "presuntuosa", un aggettivo che ha introdotto un momento di confronto tra due visioni del mondo distanti. Al di là del giudizio, però, l'intera intervista ha messo in luce il carattere di un uomo che, descritto come "geniale, sregolato, esteta", sembra voler applicare alla propria esistenza un principio di controllo estremo, rinunciando consapevolmente a "una parte finale della vita" per conformarsi a un'idea di dignità e di integrità personale. "Voglio morire vivo e non umiliato", ha concluso, sintetizzando in poche parole l'essenza di un progetto di morte che, per lui, rappresenta l'ultima, coerente espressione di un modo di vivere.




