L'IA entra nella sanità ma la formazione di medici e infermieri resta indietro
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Redazione Economia
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C'è innovazione e innovazione. E nella sanità non corrono tutte allo stesso passo. All'innovazione digitale che ormai chiameremmo tradizionale, come il fascicolo sanitario elettronico e la piattaforma nazionale di telemedicina, se n'è affiancata una più dirompente: l'intelligenza artificiale. Algoritmi potenti per la diagnosi e le decisioni terapeutiche, ma anche strumenti generalisti, come i chatbot che usiamo ogni giorno, non specificatamente pensati per la sanità e che con una rapidità senza uguali sono entrati nella vita quotidiana.
La superiorità diagnostica e il limite umano
Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, non ha dubbi sulla portata del cambiamento. «Oggi l'intelligenza artificiale supera il medico nel ragionamento clinico, nella capacità diagnostica e nell'indicare le diverse possibili soluzioni terapeutiche», ha dichiarato in una recente intervista.
La ragione non risiede in una presunta superiorità della macchina sull'uomo, quanto nei limiti fisiologici di quest'ultimo: il cervello umano non è fatto per trattenere simultaneamente la mole di informazioni che la medicina moderna richiede, tra genetica, esami di laboratorio, imaging e genomica. Remuzzi cita il dato secondo cui ogni 39 secondi viene pubblicato un articolo medico: anche solo scorrendo gli abstract, servirebbero 22 ore al giorno per restare aggiornati. In questo scenario, ha aggiunto, l'intelligenza artificiale «diventerà insostituibile».
La diffusione di questi strumenti nella popolazione è già un fatto consolidato. Secondo i dati diffusi da OpenAI, oltre 230 milioni di persone nel mondo ponevano ogni settimana a ChatGPT domande sulla salute e sul benessere già all'inizio del 2026, un numero che nelle rilevazioni successive è ulteriormente cresciuto.
Si tratta di un ricorso massiccio a strumenti che i termini di servizio della stessa società dichiarano non destinati alla diagnosi o al trattamento di condizioni mediche, ma che di fatto orientano il modo in cui i pazienti arrivano dal medico, spesso con un'idea già formata di ciò che li riguarda.
La norma arriva, ma le competenze restano indietro
Sul fronte normativo, il decreto legislativo 179/2026, in vigore dal 23 ottobre, ha recepito nell'ordinamento italiano il regolamento europeo sull'intelligenza artificiale, il cosiddetto AI Act. Il provvedimento interviene in particolare sulla formazione: gli ordini professionali dovranno adeguare i percorsi di formazione iniziale e continua introducendo contenuti dedicati all'alfabetizzazione all'IA, con attenzione agli aspetti tecnici, giuridici e deontologici.
Per le professioni sanitarie, la Commissione nazionale per la formazione continua dovrà definire la quota dell'obbligo formativo triennale da destinare a questa materia. Il principio di fondo, ribadito dalle associazioni di categoria, è che l'algoritmo può supportare il professionista ma non sostituirne l'autonomia di giudizio e la responsabilità clinica.
Il problema è che la formazione, almeno per una parte del personale sanitario, sembra arrivare quando il divario è già ampio. Quattro studi trasversali condotti nel 2026 su oltre 1.500 studenti di area sanitaria in Turchia e in Cina hanno misurato un'alfabetizzazione all'intelligenza artificiale di livello medio, con punteggi inferiori a quelli rilevati tra gli studenti di medicina e una formazione specifica quasi assente. In un campione di 440 futuri infermieri, il 91,4% non aveva mai ricevuto alcun addestramento dedicato.
I dati raccolti in Turchia su 383 studenti di infermieristica confermano il quadro: un punteggio medio che si colloca nella fascia intermedia della scala di riferimento, con le lacune più marcate nella capacità di valutazione critica degli output prodotti dai sistemi.
Tra formazione e pratica clinica
La distanza tra la norma appena entrata in vigore e la realtà delle aule universitarie non è soltanto una questione di tempistiche. Remuzzi, che da anni insiste sulla necessità di ripensare l'insegnamento della medicina, ha osservato che non si può più chiedere agli studenti di dedicare sei anni a imparare cose che alla fine del percorso risultano già superate. L'integrazione dell'intelligenza artificiale nelle conoscenze del medico, ha sostenuto, deve avvenire dentro il curriculum, non come un'appendice successiva.
Nel frattempo, la pratica clinica quotidiana mostra già applicazioni concrete: dalla neuroradiologia, dove gli algoritmi analizzano immagini in pochi secondi fornendo risultati quantificabili e riproducibili, alla prevenzione delle cadute nei reparti per pazienti fragili, con riduzioni documentate del 79% in alcune strutture. Strumenti che funzionano, ma che richiedono professionisti in grado di leggerne i limiti e di non affidarsi ciecamente all'output della macchina.
La questione, quindi, non è se l'intelligenza artificiale entrerà stabilmente nella sanità italiana, perché vi è già entrata attraverso i chatbot che i pazienti consultano prima di una visita e i software che affiancano i radiologi nei turni di notte. Il punto è chi sarà preparato a governarla. Il decreto fissa un termine di sei mesi, fino al 23 aprile 2027, entro cui gli ordini dovranno adeguare i propri regolamenti formativi.
Nel frattempo, gli studi sui futuri infermieri continuano a indicare una preparazione parziale, e la distanza tra chi progetta algoritmi e chi li usa al letto del malato resta affidata alla buona volontà individuale più che a un sistema di istruzione strutturato.
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