Eredità Agnelli, la Cassazione chiude la strada a Elkann: confermata l’imputazione coatta
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Redazione Cultura e Spettacolo
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La pronuncia della Suprema Corte, arrivata in serata, rappresenta un passaggio cruciale nel procedimento che vede al centro John Elkann. I giudici della Cassazione hanno infatti dichiarato inammissibile il ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore, quello stesso ricorso che mirava a scardinare la cosiddetta “imputazione coatta” disposta a Torino. Con questo verdetto, l’architettura processuale costruita dal gip Antonio Borretta – che già a metà dicembre aveva scelto di discostarsi dalla richiesta di archiviazione avanzata dai pubblici ministeri – trova una sostanziale conferma nell’ultimo grado di giudizio, spostando in modo netto l’ago della bilancia verso la celebrazione di un processo.
La vicenda, che affonda le radici nel complesso contenzioso relativo all’eredità di Marella Agnelli, vedova dell’Avvocato, ruota attorno alla contestazione di presunti illeciti fiscali legati alla residenza della nobildonna. Secondo l’ipotesi accusatoria, che ha portato all’iscrizione nel registro degli indagati anche per i fratelli Ginevra e Lapo – poi usciti dal procedimento con un’archiviazione – e per il commercialista Gianluca Ferrero, sarebbe stata costruita una residenza fittizia in Svizzera per Marella Caracciolo, mentre ella trascorreva i suoi ultimi anni di vita prevalentemente in Italia. Un meccanismo che, se confermato, avrebbe consentito di ridurre il carico fiscale sulle ingenti somme ereditate.
La doppia accelerazione del gip e l’effetto sul rito
A rendere particolarmente singolare la vicenda è stato il cortocircuito generato dalla decisione del giudice per le indagini preliminari lo scorso dicembre. I pubblici ministeri torinesi, coordinati dai pm Marco Gianoglio, Mario Bendoni e Giulia Marchetti, avevano chiesto l’archiviazione per questo specifico filone d’indagine relativo alle dichiarazioni fiscali, ritenendo che le condotte contestate potessero essere assorbite nel più ampio reato di truffa allo Stato. Il gip Borretta, però, non solo ha respinto l’archiviazione, ma ha ordinato alla Procura di formulare l’imputazione coatta, obbligando di fatto l’accusa a chiedere il rinvio a giudizio per Elkann e per Ferrero, riqualificando la posizione per due annualità specifiche (il 2018 e i primi mesi del 2019).
La difesa dell’imprenditore, rappresentata dagli avvocati Paolo Siniscalchi e Federico Cecconi, aveva immediatamente definito l’ordinanza del gip “abnorme” e “difficile da comprendere”, annunciando e poi formalizzando l’impugnazione in Cassazione. Un tentativo, questo, di bloccare sul nascere un procedimento che rischiava di vanificare la strategia difensiva fondata sulla richiesta di messa alla prova – avanzata da Elkann dopo il versamento di oltre 183 milioni di euro all’Erario per la definizione delle pendenze fiscali – e che ora, con il rigetto del ricorso, subisce una brusca frenata.
L’intreccio con la messa alla prova e le sorti del giudizio
Il rigetto della Cassazione ha effetti immediati anche sul piano processuale concreto, oltre che simbolico. La conferma dell’imputazione coatta complica la gestione dei due binari paralleli su cui si muove l’inchiesta: da un lato il cosiddetto “filone principale” per truffa allo Stato, dove Elkann aveva chiesto di essere ammesso alla messa alla prova (estinguendo il reato con un periodo di lavoro di pubblica utilità); dall’altro questo secondo filone per dichiarazione infedele, dove il gip ha imposto l’accusa. La stessa gup che avrebbe dovuto pronunciarsi sulla messa alla prova, Francesca De Maria, lo scorso febbraio ha deciso di restituire gli atti ai pm, bloccando di fatto quella strada proprio alla luce delle interferenze generate dall’imputazione coatta.
Con la Suprema Corte che ha chiuso definitivamente la porta al ricorso difensivo, la procedura torna ora al tribunale di Torino con un destino quasi segnato: l’udienza preliminare, a questo punto, non potrà che vertere sulla richiesta di rinvio a giudizio che la Procura, adeguandosi all’ordine del gip, ha già depositato nei mesi scorsi. Per John Elkann, così come per il commercialista Gianluca Ferrero, la possibilità di evitare il dibattimento si assottiglia ulteriormente, lasciando spazio a un confronto nel merito delle accuse in un’aula di giustizia. I legali, pur prendendo atto della decisione, hanno ribadito in più occasioni la volontà di dimostrare l’estraneità ai fatti contestati, insistendo sulla natura infondata delle accuse e sulla correttezza dei comportamenti tenuti nella gestione della complessa eredità familiare.




