Poetto, inseguimento e speronamento mortale: due diciottenni in cella per tentato omicidio plurimo
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Redazione Interno
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Una notte di fine aprile, quella tra sabato 26 e domenica 27, si era trasformata in un incubo per una famiglia di Quartu, finita prima al centro di un'aggressione ingiustificata e poi vittima di un vero e proprio inseguimento automobilistico lungo il litorale del Poetto, a Cagliari.
L’episodio, che aveva visto coinvolti un uomo e sua moglie – recatisi in un locale notturno per accompagnare a casa i due figli e un’amica di quest’ultima – ha avuto un’epilogo drammatico con il ribaltamento della loro auto e il ferimento grave di tutti e cinque gli occupanti. A distanza di oltre un mese, e dopo indagini serrate condotte dalla Squadra mobile, due giovani appena maggiorenni, residenti nell’hinterland cagliaritano, sono finiti in carcere con l’accusa di lesioni personali aggravate e tentato omicidio plurimo aggravato.
L’ordinanza di custodia cautelare, firmata dal gip Luca Melis, è stata eseguita dagli agenti lo scorso giovedì, un provvedimento che arriva al termine di una ricostruzione investigativa complessa e articolata.
La genesi della violenza: futili motivi e un’aggressione scaturita dal nulla
Secondo quanto emerso dalle indagini coordinate dal pm Diana Lecca, tutto ebbe inizio all’esterno di un esercizio commerciale sul lungomare, dove la coppia attendeva i ragazzi. In quella circostanza, sempre per ragioni definite dagli inquirenti assolutamente futili – e che testimoniano l’allarmante deriva di una certa movida violenta – i due indagati, probabilmente in stato di alterazione psicofisica, avrebbero avvicinato l’uomo, iniziando a danneggiare la sua auto con calci e pugni prima di passare alle vie di fatto.
La situazione era degenerata rapidamente: il padre di famiglia e il figlio, accorso in suo aiuto, erano stati aggrediti fisicamente, riportando le prime lesioni. La loro unica via di scampo era stata quella di rifugiarsi a bordo della propria vettura, cercando di allontanarsi insieme alla moglie, alla figlia minorenne e all’amica di quest’ultima, ma quella che poteva apparire come la fine di un incubo era in realtà solo l’inizio della fase più cruenta.
La caccia all’uomo sul lungomare: speronamenti e il terrore nella chiamata al 112
Invece di interrompersi, la violenza era infatti aumentata di intensità, trasformandosi in una vera e propria caccia all’uomo. I due giovani, verosimilmente affiancati da un terzo soggetto la cui posizione è ancora al vaglio dell’autorità giudiziaria, si sono messi alla guida di un Suv – un mezzo che, secondo gli accertamenti, sarebbe stato preso a noleggio e che al momento non risulta ancora essere stato rintracciato – per inseguire la famiglia in fuga.
La corsa folle si è snodata lungo il Lungo Saline, con i fuggitivi che tentavano disperatamente di guadagnare la salvezza mentre venivano ripetutamente speronati dai loro aggressori. È in quei momenti di terrore che la moglie della vittima, temendo ormai per la vita sua e dei suoi cari, è riuscita a contattare il numero unico per le emergenze, il 112, urlando la loro disperazione agli operatori mentre l’auto sbandava a causa dei continui urti ricevuti. Erano le concitate fasi finali di un attacco che non lasciava via di scampo.
L’impatto, il ribaltamento e l’accusa di tentato omicidio
Il tragico epilogo è avvenuto poco dopo: l’ennesima manovra di speronamento è riuscita a far perdere il controllo del mezzo alla famiglia, proiettandolo violentemente contro un palo dell’illuminazione pubblica e causandone infine il ribaltamento. Tutti e cinque i componenti – padre, madre, i due figli e l’amica – sono stati sbalzati e hanno riportato ferite di una gravità inaudita, con fratture multiple e traumi che hanno reso necessario il loro immediato trasporto in ospedale.
È proprio la dinamica di questo speronamento a costituire il fulcro dell’accusa di tentato omicidio plurimo: per gli investigatori della Mobile, coordinati dal dirigente Davide Carboni, chi sperona deliberatamente un’auto in corsa accetta il rischio concreto di uccidere i suoi occupanti. L’aggravante dei futili motivi è stata inoltre contestata per sottolineare la sproporzione assoluta tra la causa scatenante – un banale litigio scaturito da calci a una carrozzeria – e la ferocia dell’atto conclusivo.
Le indagini, che si sono avvalse dell’analisi dei tabulati telefonici, delle testimonianze rese dalle vittime e di cruciali fotogrammi delle telecamere di videosorveglianza, hanno dunque permesso di delineare un quadro indiziario solido a carico dei due diciottenni. Le indagini hanno permesso di appurare inoltre che il conducente del Suv non possedeva nemmeno la patente di guida, un ulteriore elemento che contribuisce a dipingere un ritratto di sconsideratezza assoluta e pericolosità sociale.




