Il placebo trasparente: come una pillola senza principio attivo migliora Corpo e mente negli anziani
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Redazione Salute
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C’è un equivoco di fondo, quando si parla di effetto placebo, e riguarda la presunta necessità dell’inganno. Per decenni si è pensato che perché una pillola senza principio attivo potesse funzionare, il paziente dovesse credere fermamente di assumere un farmaco vero. Ma un nuovo studio, pubblicato sull’International Journal of Clinical and Health Psychology, sovverte questa convinzione, dimostrando che anche quando l’inganno viene smascherato – anzi, esplicitamente dichiarato – il beneficio non solo persiste, ma in alcuni casi si amplifica.
La ricerca, condotta da un team di psicologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore nel campus di Milano, ha coinvolto novanta anziani sani, suddividendoli in tre gruppi distinti per valutare l’impatto di un trattamento placebo della durata di tre settimane. Il primo gruppo, quello di controllo, non ha ricevuto alcun intervento. Al secondo è stato somministrato un placebo con l’inganno classico: ai partecipanti è stato detto che stavano assumendo un integratore con principi attivi in grado di potenziare le funzioni cognitive e fisiche. Il terzo gruppo, invece, ha vissuto un’esperienza paradossale, se vista con gli occhi della medicina tradizionale: ha ricevuto lo stesso identico preparato inerte, ma con una comunicazione trasparente che ne spiegava la natura di placebo, sottolineando però la capacità di tale meccanismo di innescare comunque una risposta benefica nella relazione tra mente e.
I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica e resi noti dall’ateneo, hanno rivelato una realtà sorprendente. A distanza di tre settimane, entrambi i gruppi trattati hanno mostrato miglioramenti significativi rispetto a chi non aveva preso nulla. Eppure, è stato il gruppo del cosiddetto “placebo in aperto” – quello che sapeva di assumere una sostanza inerte – a registrare i progressi più marcati. Non solo i livelli di stress percepito sono risultati inferiori rispetto agli altri due gruppi, ma anche le performance di memoria a breve termine hanno subito un incremento netto.
I numeri della mente: prestazioni fisiche e cognitive a confronto
I dati emersi dallo studio, coordinato dalla dottoressa Diletta Barbiani e dai professori Alessandro Antonietti e Francesco Pagnini (quest’ultimo ordinario di Psicologia Clinica), forniscono un quadro numerico che lascia poco spazio a interpretazioni ambigue. Le analisi hanno quantificato l’entità del cambiamento: nel caso del placebo somministrato con l’inganno, le prestazioni fisiche sono migliorate del 7%; quando invece l’assunzione è avvenuta in modo consapevole, l’incremento è salito al 9,2%.
Un divario simile si osserva nelle funzioni cognitive, dove però la forbice si allarga ulteriormente a seconda del tipo di test somministrato. Per i partecipanti che credevano di assumere un integratore vero, i miglioramenti cognitivi sono oscillati tra il 12,6% e il 14,6%. Ma per coloro che erano consapevoli dell’inganno, i risultati sono stati ancora più eclatanti, con un miglioramento che ha toccato picchi del 21,5% in alcuni test. Un effetto, questo, che il professor Pagnini non esita a definire “significativo”, paragonabile – per certi versi – a quanto si osserva in studi sperimentali che prevedono attività fisica costante o training cognitivo mirato.
Va notato che lo studio, finanziato nell’ambito del progetto PNRR Age-IT, si inserisce in un filone di ricerca che intende rivalutare il ruolo della mente nei processi di invecchiamento, tradizionalmente visti come un declino inesorabile e meramente biologico. La particolarità di questo lavoro risiede proprio nell’aver dimostrato che l’effetto placebo non necessita del segreto per esprimersi; anzi, la consapevolezza sembra agire da amplificatore, riducendo lo stress e migliorando parametri oggettivi come la sonnolenza diurna.
Un approccio etico per il futuro dell’invecchiamento attivo
L’elemento di rottura rappresentato da questa ricerca è destinato ad avere ricadute importanti nel dibattito scientifico e, potenzialmente, nelle pratiche cliniche future. L’utilizzo del placebo è sempre stato accompagnato da un dilemma etico di non poco conto: per essere efficace, si riteneva necessario mentire al paziente. Questo studio dimostra invece che la trasparenza non solo è eticamente preferibile, ma potrebbe anche essere terapeuticamente più efficace.
Considerando che i partecipanti – tutti in età avanzata – hanno mostrato miglioramenti non solo nel benessere psicologico, ma anche in funzioni che tendono a declinare fisiologicamente con il passare degli anni, i ricercatori suggeriscono che questo tipo di intervento possa configurarsi come una strategia promettente per promuovere un invecchiamento sano. Si tratta di un approccio a basso costo, non invasivo e, soprattutto, scevro da quei rischi di medicalizzazione spesso associati all’uso eccessivo di integratori o farmaci.
I placebo in aperto, quindi, potrebbero rappresentare un nuovo strumento nella cassetta degli strumenti degli psicologi e dei geriatri, agendo non tanto sul principio attivo della pillola – che rimane assente – ma sulla percezione di autoefficacia del paziente e sulla sua capacità di modulare la risposta allo stress. Un risultato, questo, che sposta il focus dalla sostanza alla relazione terapeutica, dalla chimica alla narrazione che il paziente costruisce attorno al proprio stato di salute.




