Meta e Google condannate negli Stati Uniti: la responsabilità dei social verso i minori diventa un fatto giudiziario

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una giuria di Los Angeles ha infranto un muro di immunità che sembrava invalicabile, quello costruito intorno ai colossi del web dalle leggi federali e dalla stessa architettura del mercato digitale. Dopo settimane di udienze e oltre quaranta ore di camera di consiglio, è arrivato il verdetto: Meta, proprietaria di Facebook e Instagram, e Google, attraverso la sua piattaforma YouTube, sono state ritenute responsabili per aver progettato prodotti intrinsecamente dannosi per la salute mentale di una giovane utente. Il caso, che rappresenta il primo banco di prova per migliaia di cause simili depositate in tutto il Paese, ha visto la ventenne Kaley G.M. ottenere un risarcimento di tre milioni di dollari per i danni subiti: un’esistenza segnata da ansia, depressione e pensieri suicidi che, secondo l’accusa, affonderebbero le radici in un’infanzia trascorsa tra lo scorrimento infinito dei feed e la raffica incessante di notifiche.

A dare ulteriore peso alla sentenza californiana è arrivata, a distanza di poche ore, una decisione analoga da Santa Fe, nel New Mexico. Qui il procuratore generale Raúl Torrez aveva messo sotto accusa non solo il danno psicologico ma la concreta incapacità di Meta di proteggere i più piccoli dai predatori sessuali, un’accusa che ha portato a una condanna da 375 milioni di dollari per violazione delle leggi statali sulla tutela dei consumatori. La giuria in questo caso ha riconosciuto che l’azienda ha deliberatamente ingannato il pubblico sulla sicurezza delle proprie piattaforme, mettendo in pericolo i minori esattamente come dimostrato da un’inchiesta investigativa che aveva visto agenti dello Stato fingersi adolescenti per verificare l’esposizione a contenuti espliciti.

L’algoritmo sotto accusa come prodotto difettoso

Ciò che rende questi due procedimenti giudiziari – il primo a Los Angeles, definito bellwether trial o processo esemplare, il secondo nel New Mexico – un potenziale spartiacque è la natura stessa dell’impianto accusatorio. Per la prima volta, infatti, non si è trattato di contestare singoli contenuti pubblicati dagli utenti, né di invocare la protezione della Sezione 230 del Communications Decency Act, quel baluardo legale che ha storicamente immunizzato le piattaforme dalle responsabilità su ciò che viene postato. La strategia legale, ispirata alle grandi battaglie contro l’industria del tabacco degli anni Novanta, ha spostato il focus dalla parola alla “cosa”: sono le funzionalità stesse delle app – lo scroll continuo, la riproduzione automatica dei video, gli algoritmi di raccomandazione progettati per massimizzare il tempo di permanenza sullo schermo – a essere state definite come un prodotto pericoloso e volutamente ingannevole.

Un aspetto, quest’ultimo, emerso con particolare durezza nelle deposizioni processuali, dove gli avvocati hanno portato in aula annotazioni interne di Meta in cui si discuteva apertamente della necessità di “agganciare” gli utenti fin dalla preadolescenza per trasformarli in consumatori abituali. È la logica della dipendenza programmata, quella stessa che gli psicologi chiamati a testimoniare hanno equiparato a una “droga d’ingresso” in grado di alterare lo sviluppo cognitivo ed emotivo dei ragazzi. La testimonianza di Mark Zuckerberg, che nel corso del processo californiano si è scusato personalmente con l’imputatrice per i ritardi nell’implementazione di sistemi di controllo dell’età, non è bastata a scalfire la convinzione della giuria.

Il peso della giurisprudenza e le implicazioni per il futuro del web

Le cifre, per quanto consistenti – tre milioni per il risarcimento morale della sola Kaley G.M. e 375 milioni per la sanzione civile in New Mexico – rappresentano solo la punta di un iceberg giudiziario. In ballo, infatti, ci sono oltre un migliaio di cause analoghe coordinate a livello nazionale, promosse non solo da singoli adolescenti ma anche da distretti scolastici e interi Stati federati che chiedono conto di una crisi di salute pubblica esplosa parallelamente alla diffusione massiccia dei social. La particolarità del procedimento del New Mexico è che non si chiuderà con la multa: il giudice Bryan Biedscheid è chiamato a tenere una fase aggiuntiva del processo a maggio, durante la quale si discuterà non più di denaro ma di modifiche sostanziali al design del prodotto. Si parla di limitare lo scroll infinito, disattivare le notifiche notturne per i minori o imporre la nomina di un supervisore indipendente che vigili sul rispetto delle nuove regole.

Tutto questo mentre il contesto politico e sociale negli Stati Uniti cambia radicalmente, con l’insediamento di un nuovo corso alla Casa Bianca che vede alla guida del Paese nuovamente Donald Trump. Un’amministrazione, quella repubblicana, storicamente più incline a considerare queste iniziative giudiziarie come un’ingerenza nella libertà di impresa piuttosto che come una tutela necessaria. Tuttavia, i processi contro le Big Tech non dipendono più solo dall’umore politico di Washington; si sono ormai incardinati nei tribunali statali e in una giurisprudenza che comincia a costruirsi, verdetto dopo verdetto, a partire dal riconoscimento di un principio cardine: la tecnologia non è neutrale.

Una responsabilità che si fa sentenza

L’idea di Marshall McLuhan, secondo cui “il mezzo è il messaggio”, ha trovato in queste aule di giustizia una concretizzazione inaspettata. Se la forma – lo schermo, l’algoritmo, l’interfaccia – determina il comportamento, chi disegna quella forma non può sottrarsi alle conseguenze. Per anni, i social media hanno goduto di una presunzione di innocenza tecnologica, presentandosi come semplici contenitori di esperienze umane; i tribunali americani stanno ora sancendo che si tratta invece di artefici attivi di quei comportamenti, specialmente quando in gioco ci sono vite fragili come quelle degli adolescenti.

Se le aziende hanno già annunciato ricorsi, sostenendo di non condividere il merito delle sentenze e di voler difendere vigorosamente il proprio operato, la strada appare comunque segnata. Il verdetto di Los Angeles ha stabilito una correlazione causale tra l’uso delle piattaforme e i disturbi psicologici, mentre la condanna del New Mexico ha rimosso ogni dubbio sulla consapevolezza, da parte dell’azienda, dei rischi corsi dai propri utenti più giovani. La partita, insomma, si sposta dalla discussione astratta sui pericoli della rete a un piano molto concreto di responsabilità civile e penale. Per le famiglie che da anni denunciavano di aver perso il controllo su ciò che accadeva sotto i loro tetti, e per i ragazzi cresciuti con il cellulare in mano, la giustizia ha smesso di essere un’aspettativa per trasformarsi in una sentenza scritta nero su bianco.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.