Il gup di Roma: “Antibiotici avrebbero prolungato la vita di Andrea Purgatori”. Quattro medici a processo per omicidio colposo
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Redazione Interno
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L’ottanta per cento. Una soglia statistica, certo, ma anche un’incidenza “frequentista alta” che, nelle intenzioni del giudice, suona come una pietra tombale gettata su una serie di presunti ritardi ed errori. Nel decreto che ha disposto il rinvio a giudizio per i quattro medici accusati della morte di Andrea Purgatori, la gup di Roma Paola Petti è stata lapidaria: “La tempestiva terapia antibiotica – omessa e ritardata anche per l’errore di tutti i neuroradiologici – avrebbe prolungato in modo significativo la vita di Andrea Purgatori”.
Il giornalista, volto noto dell’inchiesta e dell’approfondimento televisivo, è morto il 19 luglio del 2023; eppure, a distanza di quasi tre anni, sono proprio quelle lesioni ischemiche, scambiate erroneamente per secondarismi cerebrali, a costituire il nodo gordiano di questa vicenda giudiziaria.
La “catastrofica sequela” di omissioni
Le indagini, coordinate dalla procura capitolina, hanno dipinto il quadro di una gestione clinica – definita dai periti come “catastrofica sequela di errori ed omissioni” – in cui il sospetto diagnostico è mancato più volte.
In particolare, il cardiologo Guido Laudani, uno dei quattro imputati insieme al radiologo Gianfranco Gualdi e ai suoi assistenti Claudio Di Biasi e Maria Chiara Colaiacomo, si sarebbe trovato di fronte a segnali inequivocabili: le risonanze magnetiche del 12 e 16 giugno 2023, effettuate presso la casa di cura Villa Margherita, avevano costantemente rilevato lesioni ischemiche escludendo al contempo la presenza di metastasi.
Una circostanza, questa, che secondo l’accusa avrebbe dovuto immediatamente indirizzare verso la ricerca di un’endocardite batterica, magari attraverso un’emocoltura o un’ecografia transesofagea.
L’errore (a monte) della diagnosi deviante
A monte di tutto, però, c’è un referto dell’8 maggio 2023 che i pm considerano il vero e proprio spartiacque della tragedia. In quell’occasione, gli esami di risonanza magnetica vennero letti come compatibili con metastasi cerebrali; una diagnosi rivelatasi poi clamorosamente errata, dato che l’autopsia e le successive perizie hanno escluso la presenza di secondarismi al cervello. Quell’errore diagnostico – sostengono i magistrati – ha deviato l’intero percorso terapeutico, portando a ritenere urgenti trattamenti radioterapici che, di fatto, erano inutili e debilitanti.
Al contrario, la causa reale del decesso, ossia l’endocardite infettiva, è rimasta nell’ombra per troppo tempo. Per il gup Petti, il compendio probatorio acquisito fino a ora consente già di formulare “una ragionevole previsione di condanna” per tutti e quattro gli imputati.
Il processo e le responsabilità civili delle cliniche
Il procedimento penale prenderà il via il prossimo 12 gennaio davanti al tribunale monocratico. Oltre ai quattro medici, la giudice ha autorizzato la citazione come responsabili civili delle due strutture sanitarie – le stesse dove Purgatori fu ricoverato prima del decesso – nonché di una compagnia assicurativa. I familiari del giornalista, rappresentati dall’avvocato Alessandro Gentiloni Silveri, hanno già ottenuto il riconoscimento del diritto a costituirsi parte civile.
Nessuna sentenza, chiaramente, è stata ancora scritta; il dibattimento sarà lungo e dovrà vagliare al microscopio ogni singola condotta professionale. Quel che trapela dalle carte, tuttavia, è la convinzione della Procura che senza quell’omessa tempestività – quell’80% di probabilità statistica citato dal giudice – la vita del giornalista avrebbe potuto avere uno sviluppo molto diverso da quello, drammatico, conclusosi nell’estate del 2023.




