Il silenzio dell'Iran, le lacrime di Sara Didar e quella protesta muta che arriva dal campo

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il boato del Gold Coast Stadium, in Australia, si è spento per un istante. L’inno della Repubblica Islamica dell’Iran, quello che si chiude con l’auspicio che duri in eterno, ha fatto da colonna sonora a una scena di gelida compostezza. Le calciatrici della nazionale femminile, in campo per l’esordio nella Coppa d’Asia contro la Corea del Sud, sono rimaste immobili, impassibili. Nessuna di loro ha mosso le labbra per seguire quelle note, un silenzio corale che pesa come un macigno e che, in un contesto del genere, assume inevitabilmente i contorni di una presa di posizione chiara e inequivocabile.

Una protesta muta, la loro, che arriva in un momento di tensione indicibile. Il conflitto in Medio Oriente, con le sue recenti e violentissime ripercussioni, ha tagliato i ponti tra queste atlete e le loro famiglie, rimaste in patria e ora irraggiungibili a causa di un blackout internet imposto dalle autorità nei giorni successivi agli attacchi che hanno portato all’uccisione della guida suprema, Ali Khamenei. È in questo clima, fatto di dolore e di una preoccupazione costante che divora, che la nazionale iraniana sta affrontando il torneo continentale.

Il giorno dopo la partita, in conferenza stampa, il disagio profondo di questa squadra è emerso in tutta la sua fragilità. Sara Didar, ventunenne attaccante della nazionale, è stata letteralmente sopraffatta dall'emozione. Seduta al tavolo dei colloqui, ha risposto a una domanda sulla situazione in patria attraverso un interprete, e la sua voce si è spezzata. Ha parlato della preoccupazione per i propri cari, della tristezza per ciò che sta accadendo, della speranza – quasi un sussurro – che il suo paese possa restare “fortemente vivo”. Poi, mentre le sue parole venivano tradotte in inglese, Didar ha abbassato lo sguardo, ha cercato di trattenere le lacrime e, pochi istanti dopo, si è alzata e ha lasciato precipitosamente la sala, lasciando dietro di sé un silenzio assordante e una stanza piena di giornalisti interdetti.

L'isolamento, le lacrime e la ricerca di una normalità impossibile

Il tecnico Marziyeh Jafari, accanto a Didar in quel frangente, ha cercato di spiegare l’indicibile. Ha raccontato di un gruppo di ragazze "completamente scollegate" dai propri affetti, un isolamento che amplifica l'angoscia. Non c'è solo la lontananza fisica, ma anche l'impossibilità di avere notizie, di sapere se i propri genitori, fratelli o amici stiano bene in mezzo a un conflitto che non accenna a placarsi. Jafari ha ribadito, con dignità, che loro sono lì per giocare a calcio professionalmente, per cercare di concentrarsi sulla partita. Ma è una ricerca di normalità che cozza quotidianamente con una realtà fatta di bombardamenti e di lutti.

Le parole della commissaria tecnica, del resto, arrivano dopo che la squadra ha già compiuto quel gesto silenzioso ma potentissimo durante l'inno. Un gesto che non è passato inosservato, e che alcuni tifosi presenti sugli spalti hanno raccolto sventolando la bandiera dell'Iran imperiale, quella precedente alla rivoluzione del 1979. Un simbolo, anche questo, di una opposizione che travalica i confini dello stadio.

Intanto, mentre l’attacco contro la Corea del Sud si chiudeva con una sconfitta per 3-0, l’attenzione si sposta già sulla prossima sfida. Giovedì, al medesimo impianto, l’Iran affronterà le padrone di casa dell’Australia. Le due squadre condividono persino lo stesso albergo in questi giorni, una convivenza surreale che il ct australiano Joe Montemurro ha commentato con parole misurate, parlando di “compassione umana” e rispetto per le avversarie. Una partita che, sulla carta, è uno scontro sportivo, ma che nella sostanza si carica di significati che vanno ben oltre il risultato del campo. La tensione è palpabile e, per garantire la sicurezza, è previsto un rafforzamento della presenza delle forze dell'ordine attorno allo stadio. L'attenzione di tutto il mondo, ora, è puntata su queste ventitré ragazze che, lontano da casa, stanno vivendo un incubo a occhi aperti.

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