Juventus, il dilemma delle sostituzioni che non producono gol

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Sport Redazione Sport   -   All'Allianz Stadium, contro lo Sporting Lisbona, si è consumato l'ennesimo atto di una rappresentazione divenuta ormai familiare, quella di una Juventus che, pur mostrando segnali di miglioramento sotto la guida di Luciano Spalletti, fatica a tradurre in vittorie le proprie ambizioni continentali. Il pareggio per 1-1, il terzo in quattro partite del primo turno di Champions League, consegna un punteggio che, se da un lato riflette una prestazione di carattere superiore rispetto alle uscite precedenti, dall'altro delinea con nettezza i limiti di un meccanismo che inceppa nel momento decisivo. La rete del momentaneo vantaggio portoghese, siglata da Araujo, e il successivo pareggio di Vlahovic hanno costituito il preludio di una ripresa sterile, durante la quale le occasioni non sono mancate ma il gol, quello della svolta, non si è più materializzato.

L'impatto nullo dei cambi

Proprio in quella fase, cruciale per le sorti dell'incontro, si è inserito un dato statistico che va oltre la contingenza della singola partita e assume i contorni di un vero e proprio tema strutturale: l'apporto, finora del tutto marginale, dei giocatori entrati dalla panchina. I quali, nel corso di questa avviata stagione, non sono mai riusciti a segnare, privando così la squadra di un'arma tattica fondamentale, quella profondità di organico che permette di alterare gli equilibri quando le energie calano e le difese avversarie si rinsaldano. Un aspetto, questo, che non può sfuggire a un tecnico attento ai dettagli come Spalletti, il quale, commentando la gara, ha sottolineato come “in una partita ci siano tantissimi momenti e bisogna saper scegliere i momenti della partita ed essere più veloci degli altri”, includendo in questa analisi, senza ombra di dubbio, anche la gestione e l'efficacia delle sostituzioni.

L'analisi oltre il risultato

Le parole del tecnico, che ha comunque promosso la Juve affermando “di partite ne vinceremo tante”, sembrano tracciare una linea precisa tra l'ottimismo per un'identità di gioco in via di definizione e la consapevolezza che esistono margini di miglioramento ben identificati. L'incapacità di essere pericolosi per tutti i novanta minuti, un concetto ribadito anche da Alessandro Del Piero, non è una semplice impressione ma un dato di fatto che si scontra con la cruda realtà dei numeri. L'impressione è che la squadra, sebbene capace di esprimere ottime frazioni di gioco e di ritrovare in Vlahovic un punto di riferimento offensivo, non possieda ancora quella continuità di rendimento e quella freddezza risolutiva che distinguono le formazioni in grado di chiudere le pratiche a proprio favore.

La strada da percorrere

Il cammino in Champions League, complicato da questo inizio fatto di pareggi, richiederà quindi non solo la conferma delle qualità già espresse ma anche la risoluzione di questi elementi critici. La richiesta implicita di Spalletti, che è anche un'esigenza emersa con chiarezza dal campo, è di sviluppare una maggiore lucidità collettiva, affinché ogni singolo componente, titolare o meno, possa contribuire in maniera significativa al risultato finale. La costruzione di un gruppo competitivo, del resto, passa inevitabilmente attraverso la capacità di sfruttare ogni risorsa a disposizione, trasformando i momenti di stanchezza avversaria in opportunità concrete, cosa che, finora, non è accaduta con la necessaria frequenza.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.