Christian Lindner e la crisi politica in Germania
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Redazione Esteri
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Christian Lindner, quarantacinque anni, sempre elegante e con un atteggiamento un po' dandy e vanitoso, continua a presentarsi come il volto nuovo della politica tedesca, nonostante sia alla guida dei liberali da undici anni. Nel 2017, fu lui a far fallire le trattative per la formazione di una coalizione di governo fra cristiano democratici, i Verdi e i liberali, sostenendo che a volte è meglio restare all'opposizione che governare male.
Nel frattempo, Pier Silvio Berlusconi, amministratore delegato e maggior azionista di Mfe, ha 220 milioni di euro di motivi per essere adirato con il management di Prosiebensat. La perdita potenziale nella tv tedesca, infatti, ammonta a tale cifra. Debiti in aumento, margini inferiori e nessuna dismissione: Mfe non solo non può consolidare le sinergie con il gruppo, ma vede il suo investimento messo a rischio da un management che, in settimana, ha tagliato il target del mol 2024 e non ha fatto nulla per ridurre i debiti, lievitati a 1,6 miliardi, né per cedere le attività non strategiche e tagliare i costi per preservare i margini dal calo dei ricavi pubblicitari.
A Berlino, la situazione è in fibrillazione. Proprio mentre Olaf Scholz tenta un disperato rilancio sulla scena internazionale grazie alla telefonata con Vladimir Putin, per mettersi in scena come il "cancelliere della pace", alcuni dei parlamentari più in vista del suo partito, la Spd, escono allo scoperto con l'esplicito obiettivo di silurare la sua corsa alla rielezione alla poltrona che fu di Angela Merkel. La Germania, al suo secondo anno in recessione, è afflitta da gravi problemi strutturali: bassa produttività, alti costi dell'energia e del lavoro, calo demografico e scarsezza di investimenti, determinata da un assurdo limite costituzionale al debito, la Schuldenbremse.




