Azzollini (Frisi): “Proibire lo smartphone a scuola può essere un boomerang. La tecnologia va insegnata”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
L’estensione del divieto di utilizzo degli smartphone, che a partire da settembre riguarderà anche le scuole superiori per l’intera durata dell’orario scolastico – compreso l’intervallo –, pone i dirigenti scolastici di fronte a una sfida di non semplice gestione. Se da un lato, infatti, l’obiettivo dichiarato dal ministro Giuseppe Valditara, che lo scorso giugno ha ufficializzato la misura attraverso una circolare, è quello di ridurre le distrazioni e arginare gli effetti negativi – ampiamente documentati dalla ricerca scientifica – legati a un uso improprio dei dispositivi, dall’altro lato l’applicazione pratica della norma rischia di rivelarsi problematica. La questione, come sottolineano molti presidi, non si esaurisce nella mera osservanza di un regolamento, ma investe una dimensione educativa più profonda.
Tra coloro che avanzano perplessità sull’impostazione rigidamente proibizionista della circolare ministeriale vi è Luca Azzollini, dirigente dell’istituto Frisi di Milano, secondo il quale un approccio di questo tipo potrebbe rivelarsi un autentico boomerang. La sua posizione, che riflette un dibattito ampio e articolato nel mondo della scuola, si fonda sulla convinzione che il cellulare, ormai parte integrante della vita degli studenti, non debba essere considerato esclusivamente come una fonte di distrazione, bensì anche come un potenziale strumento didattico, le cui potenzialità vanno sapientemente guidate e insegnate. Una proibizione assoluta, pertanto, rischierebbe di eludere il cuore del problema, che è quello di formare i giovani a un utilizzo consapevole e critico della tecnologia.
D’altronde, le difficoltà concrete che le scuole si trovano ad affrontare nel tradurre in pratica le direttive ministeriali sono sotto gli occhi di tutti. Emblematico è il caso accaduto al liceo Galilei-Luxemburg, dove una scatola di cartone contenente i telefoni degli studenti è stata gettata da una finestra del primo piano, episodio che fotografa con crudezza il rapporto di dipendenza che lega i ragazzi ai propri dispositivi. La dirigente Annamaria Borando, pur avendo introdotto da un anno l’obbligo di consegna all’inizio delle lezioni – definendola una “conquista” – ha optato per una mediazione, lasciando il contenitore aperto e visibile sulla cattedra piuttosto che blindarlo in un armadietto, nella consapevolezza che una militarizzazione degli spazi scolastici non sia perseguibile.




