Sanremo, il primo verdetto arriva dalle prove generali: Fedez e Masini convincono, Ermal Meta e Serena Brancale commuovono, Ditonellapiaga trascina

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Redazione Cultura e Spettacolo Redazione Cultura e Spettacolo   -   Il teatro Ariston, ancora spoglio dei riflettori accecanti e del pubblico delle grandi occasioni, ha ospitato nel pomeriggio di lunedì il rituale laico e spietato delle prove generali. Un momento che per chi segue il Festival da dentro, tra addetti ai lavori, giornalisti e discografici accalcati in platea, rappresenta il primo, vero termometro per valutare non solo la tenuta dei brani dal vivo — accompagnati dall’orchestra, dettaglio non certo secondario — ma anche l’impatto scenico e la presenza di ciascun artista sul palco. La sensazione di nudità che coglie chi entra in un teatro semivuoto lascia presto spazio all’ascolto, e quel che emerge è un quadro sorprendentemente definito delle carte che i big in gara giocheranno a partire da martedì sera -1-4.

Tra le performance che hanno lasciato il segno, impossibile non citare quella di Serena Brancale con “Qui con me”. La cantante barese ha offerto un’interpretazione di rara intensità, dedicata alla madre scomparsa, trasformando il palco in un luogo di confessione intima e toccante. La voce, potente e modulata con cura certosina, ha trovato nella cornice orchestrale un sostegno che ne ha esaltato la duttilità, disegnando un’atmosfera sospesa e, per molti versi, commovente. Un’esibizione che, a giudicare dagli occhi lucidi in sala stampa, potrebbe davvero giocarsi un posto sul podio, anche se, come si sussurra tra i corridoi, “queste canzoni sono belle, ma spesso nei conclave si entra Papa e si esce cardinale” -1-5-9. Nelle stesse coordinate emotive si muove Ermal Meta con “Stella stellina”, una fiaba musicale che affronta con delicatezza e senza retorica la tragedia dei bambini di Gaza, affidandosi a un tappeto sonoro multietnico curato insieme a Durdast. Per lui, molti osservatori pronosticano già una corsia preferenziale verso il premio della critica, tanto la scrittura appare cesellata con cura artigianale e profonda sensibilità poetica -1-5.

Tormentoni e duetti: la gara si infiamma tra Ditonellapiaga e la coppia Fedez-Masini

Se l’anima più intima del Festival trova i suoi interpreti in Brancale e Meta, la dimensione più giocosa e immediata è saldamente nelle mani di Ditonellapiaga. Il suo “Che fastidio!” si è rivelato una vera e propria bomba energetica: sei ballerine sul palco, una coreografia serrata e un beat elettronico studiato per diventare virale su TikTok e nelle radio. In molti, uscendo dall’Ariston, avevano già il ritornello in testa, segno che la costruzione del pezzo — volutamente pensato per restare appiccicato addosso — ha centrato l’obiettivo. Qualcuno parla di operazione studiata a tavolino, ma del resto Sanremo è anche strategia, e la sua performance è talmente solida da poter ambire al ruolo di rivelazione di questa edizione. Sul fronte opposto, ma con la medesima ambizione di vittoria, il duetto tra Fedez e Marco Masini con “Male necessario” ha convinto anche i più scettici. L’equilibrio tra la voce roca e teatrale di Masini, capace di impennate liriche, e le barre cupe e personali di Fedez — un testo che sembra cucito addosso alla sua biografia recente — funziona alla perfezione. La sensazione, ascoltandoli, è che la coppia abbia trovato una chimica inaspettata ma solidissima, e il podio appare un traguardo più che probabile.

Disney e napoletanità: Arisa incanta, Sal Da Vinci trascina l’Ariston

C’è poi chi punta dritto al cuore del pubblico con armi diverse. Arisa, avvolta da una coltre di fumo e immobile come una principessa Disney, ha regalato una “Magica favola” onirica, giocata su un cambio di tonalità ardito che pochi altri reggerebbero. La sua voce è una lama affilata che taglia la scena, e il brano, pur nella sua semplicità, è cesellato per entrare nella memoria collettiva. All’estremo opposto, ma con una carica travolgente, Sal Da Vinci ha infiammato la platea con “Per sempre sì”. Un’esplosione di napoletanità pura, un pezzo che mescola echi di “Rossetto e caffè” e “Se bruciasse la città”, capace di scatenare un’ovazione e fazzoletti bianchi sventolati in aria. La sua performance, che include un balletto in platea e un gesto destinato a diventare tormentone social, ha il sapore del classico sanremese senza tempo e, se il televoto partenopeo si compatterà, potrebbe davvero trasformarsi in una mina vagante per i favoriti.

Le sorprese dell’indie e le delusioni attese

Nel magma di trenta proposte, non mancano le sorprese gradite. Fulminacci, in gessato, ha regalato una “Stupida sfortuna” malinconica e raffinata, raccogliendo l’eredità di un certo cantautorato romano che non alza la voce ma conquista per profondità. Sayf ha mostrato un misto tra Gazzè e Capossela, con un “Tu mi piaci tanto” dal ritornello irresistibile e strofe tutt’altro che banali, mentre Nayt ha confermato di essere una delle penne più lucide del rap, con un “Prima che” denso di stratificazioni musicali e riflessive. Sul fronte delle delusioni, Francesco Renga ha faticato: la voce è apparsa affaticata e il brano “Il meglio di me” non decolla, mentre Luchè, pur amatissimo, ha mostrato qualche incertezza di intonazione che in diretta potrebbe costare cara. Più deboli del previsto anche Mara Sattei e le Bambole di Pezza, queste ultime penalizzate da un pezzo che non decolla nonostante l’impegno scenico. Ora la parola passa al palco, ma le prime frecce sono state scoccate.

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