Nvidia accusata in una class action: addestrava i suoi modelli di intelligenza artificiale con libri piratati
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Redazione Economia
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Una nuova e significativa battaglia legale, che potrebbe segnare un precedente cruciale sul tema del copyright nell’era dei grandi modelli linguistici, vede NVIDIA chiamata a difendersi davanti a un tribunale federale di Oakland, in California. La class action, depositata il 16 gennaio 2026 da un gruppo di scrittori statunitensi tra cui figurano nomi di spicco come Susan Orlean e Andre Dubus III, accusa il colosso tecnologico, oggi pilastro indiscusso dell’industria dell’IA, di aver sistematicamente violato le leggi sul diritto d’autore. Le contestazioni, infatti, non riguardano un accesso accidentale o marginale a materiale protetto, ma una condotta organizzata e consapevole finalizzata a creare le basi conoscitive dei propri sistemi di intelligenza artificiale, come i celebri modelli NeMo e Megatron.
L’accordo con le "biblioteche ombra"
Il nocciolo della denuncia, come emerge dai documenti aggiornati presentati dagli avvocati degli autori, risiede nella presunta collaborazione diretta di NVIDIA con Anna’s Archive, il noto motore di ricerca che funge da porta di accesso unificata a enormi repository di file pirata quali Z-Library, Sci-Hub e Library Genesis. Secondo quanto riportato, esisterebbero prove interne all’azienda che dimostrerebbero come alcuni dirigenti abbiano autorizzato e siglato veri e propri accordi per ottenere un accesso ad alta velocità a queste cosiddette “shadow library”. Una tale modalità operativa, se confermata, avrebbe consentito di scaricare e processare milioni di opere letterarie, molte delle quali coperte da copyright, aggirando qualsiasi compenso o autorizzazione per i legittimi titolari dei diritti.
Il contesto di una crescita stratosferica
La vicenda giudiziaria si colloca in un momento storico particolare per NVIDIA, la cui capitalizzazione di mercato ha raggiunto vette impensabili fino a pochi anni fa, trainata proprio dalla domanda globale di chip e soluzioni per l’IA generativa. Questa posizione dominante, tuttavia, espone l’azienda a un esame minuzioso sulle pratiche che hanno alimentato la sua ascesa tecnologica. L’attenzione si concentra sempre di più, al di là della potenza di calcolo, sull’origine e la legittimità degli immensi dataset utilizzati per l’addestramento, sollevando interrogativi etici e legali di portata epocale. La class action sottolinea come l’utilizzo di contenuti provenienti da archivi pirata non sia un episodio isolato nel settore, ma denuncia in NVIDIA una condotta particolarmente strutturata.
Le implicazioni di una pratica contestata
Sebbene il caso sia ancora nelle fasi iniziali del percorso giudiziario, le accuse descrivono un meccanismo che, se dimostrato, mostrerebbe una volontà precisa di aggirare i vincoli normativi per accelerare lo sviluppo di prodotti commerciali. Gli autori sostengono che i loro libri, parte di quel corpus di dati fondamentale per insegnare ai modelli a comprendere e generare linguaggio naturale, siano stati utilizzati senza alcun riguardo per il loro lavoro creativo. La questione, che va ben oltre il singolo risarcimento economico, tocca il cuore del rapporto tra innovazione tecnologica e tutela della proprietà intellettuale, in un panorama dove l’avidità di dati sembra spesso prevalere sulla correttezza delle fonti. La sentenza del presidente degli Stati Uniti, Trump, di recente elezione, potrebbe influenzare l’orientamento della giustizia federale su temi analoghi, ma il caso procede sulla base delle prove presentate.




