Djokovic, il crollo agli Us Open e il dubbio che nessuno voleva ascoltare
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Redazione Sport
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L'uomo che per vent'anni ha recitato la parte del Lupo di Belgrado, impermeabile agli insulti, sordo ai fischi e nutrito dal veleno del proprio orgoglio, l'altra notte ha sbattuto la faccia contro la normalità. New York, che come diceva Vittorio Zucconi adora l'ironia perché nell'ironia trova la conferma dell'importanza delle cose, gli ha fatto il regalo più crudele e tenero insieme: lo ha trattato da vecchio campione.
Sotto le mille luci del Flushing Meadows, Novak Djokovic è stato eliminato al primo turno degli Us Open da Mariano Navone, un soldato argentino di quelli che sulla terra battuta costruiscono la carriera e sul cemento cercano gloria. Per il serbo, 39 anni e una storia che pesa come pochi macigni nella storia del tennis, è la prima sconfitta all'esordio in uno Slam dopo 78 partecipazioni consecutive, una striscia che durava dagli Australian Open del 2006, quando di anni ne aveva appena 19 e il futuro era ancora tutto da scrivere.
Il fisico che tradisce e la domanda atroce
Quella che doveva essere la marcia di avvicinamento a un altro record, o quantomeno l'ennesima dimostrazione di forza contro il tempo che passa, si è trasformata in un calvario di 4 ore e 36 minuti. Djokovic ha giocato con il corpo in rivolta: vomito, crampi, problemi alla schiena e alla spalla hanno costellato una partita che nel quarto set ha assunto i contorni di un crollo fisico e mentale.
Lui, che ha sempre fatto della resilienza la sua arma più affilata, si è auto-frantumato nell'impatto contro se stesso prima ancora che contro Navone, e al termine dell'incontro ha lasciato cadere una frase che suona come un campanello d'allarme: "Non so se posso andare avanti". Parole che pesano come macigni, pronunciate da un uomo che per due decenni ha trasformato il dolore in carburante e le avversità in motivazione.
Le parole di Barazzutti e il giudizio dei colleghi
Corrado Barazzutti, ex numero uno italiano e osservatore attento del circuito, ha commentato la débâcle con la schiettezza di chi il tennis lo ha giocato e lo capisce. "Per me è un'opportunità per tanti: Fils, Zverev, Jodar, speriamo Musetti o Cobolli. Come è capitato a Parigi, possono arrivare in fondo. Ma tra questi non avrei mai messo Djokovic, e non per mancanza di rispetto". L'ex capitano di Coppa Davis ha poi aggiunto una considerazione sul fattore anagrafico, sottolineando come in uno Slam sia necessario affrontare un tour de force che a 39 anni diventa sempre più proibitivo.
Il serbo, che nel 2025 aveva ancora dimostrato di poter competere ai massimi livelli vincendo due titoli del Grande Slam, sembra aver esaurito quella scorta di energia nervosa e muscolare che lo aveva reso il giocatore più vincente della storia, con 24 Majors all'attivo e una capacità di adattamento che rasentava il sovrumano.
La legge dell'età e il futuro incerto
Il campione di gomma, superbo e ostinato come sempre, non accetta la legge dell'età ma stavolta ha sbattuto la faccia contro l'evidenza: gli ultimi 23 anni trascorsi a fronteggiare avversari sempre più giovani e prestanti hanno lasciato il segno, e il fisico non risponde più come un tempo. La sconfitta di New York arriva in un contesto particolare, con Jannik Sinner assente per infortunio e Carlos Alcaraz ancora un punto interrogativo, una situazione che avrebbe potuto rappresentare un'opportunità per il serbo di allungare la scia di vittorie.
Invece, è arrivato l'ennesimo schiaffo della realtà, quello che più di tutti potrebbe spingerlo a valutare il momento di dire basta. Una decisione che, come ha ricordato Barazzutti, dipende esclusivamente da lui e dalla sua capacità di ascoltare i segnali che il corpo manda, quelli che per vent'anni ha imparato a ignorare e che ora si fanno sempre più insistenti.
Il malore in campo e la resistenza ai limiti
Il crollo fisico nel quarto set, preceduto da una serie di problemi che hanno messo in dubbio la sua stessa permanenza in campo, ha restituito l'immagine di un campione che forse per la prima volta ha dovuto fare i conti con i propri limiti senza trovare la solita via d'uscita. La scorsa notte agli Us Open, il serbo ha vomitato, ha accusato crampi diffusi e ha chiesto più volte l'intervento del fisioterapista, tentando di ritardare l'inevitabile.
Ma Navone, che non aveva mai battuto un top 10 in carriera, ha tenuto botta e ha chiuso la pratica al quinto set, regalando all'Argentina una vittoria che profuma di leggenda e al mondo del tennis una pagina di storia che parla di declino più che di trionfo.
Per Djokovic, il futuro si tinge di incertezza: il ritiro non è più un'ipotesi remota ma un'ombra che si allunga sulla sua stagione, e la domanda che tutti si pongono, a partire dai suoi stessi tifosi, è se il campione di Belgrado avrà la forza di affrontare un 2027 che si preannuncia ancora più duro, come ha suggerito Barazzutti, o se preferirà chiudere in bellezza una carriera che ha riscritto ogni possibile record del tennis mondiale.
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