Cinque secondi di Virzì finisce in tribunale, la denuncia di un nobile: "Disonora la famiglia"
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Il cinema, che spesso si nutre della realtà per costruire storie, a volte incontra il muro della realtà stessa, che ne reclama i diritti e ne contesta le libere interpretazioni. È quanto accaduto a Firenze, dove l'ultima opera di Paolo Virzì, "Cinque secondi", è diventata oggetto di una causa giudiziaria promossa da Stefano Guelfi Camaiani, nipote dell'omonima contessa Matilde, figura dalla quale il film avrebbe tratto, seppur liberamente, il personaggio interpretato da Valeria Bruni Tedeschi. L'erede, nel rivolgersi al Tribunale, ha chiesto non solo il blocco della distribuzione della pellicola, prodotta da Greenboo Production e Indiana Production, ma anche un congruo risarcimento per i danni d'immagine arrecati, sostenendo che non vi fosse alcuna autorizzazione all'uso del nome di famiglia.
Le accuse della famiglia e la difesa della finzione
Nel dettaglio della denuncia, si legge come la rappresentazione cinematografica della casata nobiliare venga percepita come lesiva e profondamente inaccurata. Secondo l'attore, la famiglia viene infatti dipinta in una luce di decadenza morale e materiale, con espliciti riferimenti a dissesti economici, consumo di sostanze stupefacenti, vicende criminose e tragici epiloghi, tra cui il suicidio, oltre a problematiche di natura psichiatrica. Una trama, quella del film ambientato tra l'aristocrazia terriera della Maremma e gli ambienti editoriali milanesi, che dunque toccherebbe corde ritenute private e sensibili, trasformando la storia familiare in uno spettacolo pubblico giudicato diffamatorio.
La pronuncia del giudice e il confine dell'arte
Il ricorso, tuttavia, non ha trovato accoglimento nelle aule del Tribunale di Firenze, il quale, in una prima decisiva pronuncia, ha respinto la richiesta di blocco del film. La sentenza, senza entrare nel merito delle eventuali somiglianze, ha posto l'accento sul carattere di opera di fantasia della pellicola, riconoscendo al regista e agli autori quella libertà creativa che, pur partendo da spunti biografici, costruisce un racconto autonomo e immaginifico. Una distinzione, quella tra realtà storica e narrazione artistica, che il diritto spesso fatica a delineare con rigide perimetrazioni, ma che in questo caso è stata invocata a protezione dell'opera cinematografica.
Il caso nel più ampio contesto giudiziario
La vicenda si inserisce in un solco non nuovissimo, quello delle cause legali intentate da privati cittadini, o da loro eredi, contro opere cinematografiche o letterarie ritenute lesive della propria reputazione. Si tratta di contenziosi che mettono in gioco principi fondamentali e talvolta contrapposti: da un lato il diritto all'onore e alla riservatezza delle persone, anche di quelle defunte, e dall'altro la libertà di espressione e di creazione artistica sancita dalla Costituzione. Questioni delicate, che i giudici sono chiamati a valutare caso per caso, soppesando la portata dell'offesa rispetto al contesto narrativo e all'intento dell'autore, il quale, come nel caso di Virzì, può aver voluto offrire una riflessione sulla società attraverso la lente della finzione.




