I Cesaroni 7, Claudio Amendola torna alla Garbatella ma pesano i grandi assenti: Max Tortora, Elena Sofia Ricci e Alessandra Mastronardi
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Redazione Cultura e Spettacolo
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Stasera su Canale 5, dopo un’attesa che ha superato abbondantemente il decennio, la famiglia della Garbatella riapre ufficialmente le porte della sua storica bottiglieria. Claudio Amendola, che in questa settima stagione veste i panni non solo del protagonista Giulio ma anche quelli del regista, torna a muoversi tra i tavoli e le sedie di quel set che, per un’intera generazione di telespettatori, ha rappresentato un pezzo autentico di Roma. Eppure, nonostante l’entusiasmo per il revival – “Pentole e bicchieri sono lì da ieri”, recita la celebre sigla che riecheggia nelle promozioni –, il ritorno sul piccolo schermo porta con sé il peso inevitabile di alcune assenze, quelle di volti che avevano costruito l’ossatura emotiva della serie.
La lista di chi non prenderà parte a questa nuova avventura è lunga e, per i fan della prima ora, dolorosa. Max Tortora, il cui personaggio di Cesare, fratello sciagurato ma amatissimo di Giulio, mancherà nella gestione delle dinamiche familiari e nei dialoghi serrati con Amendola, è tra i grandi esclusi. A lui si aggiungono due presenze femminili fondamentali: Elena Sofia Ricci, che aveva interpretato Lucia, moglie di Giulio e cuore pulsante della narrazione domestica, e Alessandra Mastronardi, la giovane Eva che rappresentava la spensieratezza delle generazioni successive. A rendere il quadro ancora più malinconico, inoltre, c’è il vuoto lasciato da Antonello Fassari, il grande caratterista scomparso nel 2025, la cui assenza non è una scelta produttiva ma una ferita che la sceneggiatura dovrà imparare a gestire.
Le location e la regia di Amendola in un’operazione nostalgia
Dal punto di vista produttivo, la nuova stagione – intitolata “I Cesaroni – Il ritorno” – gioca la carta della nostalgia in modo maniacale, riportando le telecamere nel cuore autentico della Garbatella. È proprio quel quartiere romano, con le sue architetture popolari e i suoi cortili vissuti, a fare da contrappunto visivo a una trama che, nelle intenzioni di chi ha scritto gli episodi, vuole aggiornare i conflitti di una volta senza tradirne lo spirito. Amendola, che si trova a dirigere i vecchi compagni di set oltre a se stesso, ha scelto di preservare gli esterni storici che avevano decretato il successo della fiction: la bottiglieria, i porticati, le scale che portano agli appartamenti. Non ci sono, in questa operazione, slanci verso l’innovazione formale; piuttosto, si assiste a un tentativo di ricucire il rapporto con un pubblico cresciuto davanti a quelle immagini.
Mentre le vicende si apprestano a districarsi tra nuovi arrivi e vecchi fantasmi – lo si intuisce dalle anticipazioni che circolano da giorni –, l’ombra di chi non c’è più o non ha voluto tornare finisce per diventare un personaggio aggiunto. Tortora, Ricci e Mastronardi hanno infatti declinato l’invito o non sono stati richiamati per scelte legate ai budget o alle tempistiche, come spesso accade nei revival condotti a distanza di anni. La loro mancanza, oggettivamente, ridisegna gli equilibri: la famiglia Cesaroni, quella che si è sedimentata nell’immaginario collettivo, era fatta anche delle loro voci, dei loro litigi bonari e delle loro complicità silenziose.
Un giallo giudiziario e di cronaca fa da sfondo al palinsesto
A contorno del ritorno della serie, peraltro, il palinsesto di Canale 5 si trova a dover convivere con un flusso di notizie ben più dure, che la stessa rete ha trattato nei telegiornali e nei programmi di approfondimento. In queste ore, ad esempio, si seguono gli sviluppi dell’inchiesta sugli anziani morti in ambulanza: un’intercettazione – riportata con cautela – ha fatto emergere una frase agghiacciante (“Stai uccidendo un altro anziano?”) che gli inquirenti stanno vagliando come possibile movente o come spia di un sistema distorto. Non mancano, sullo stesso fronte, i risvolti legati ai presunti affari tra gestori di ambulanze e onoranze funebri, un intreccio che le procure stanno cercando di dipanare senza cadere in facili semplificazioni.
Altre vicende giudiziarie, poi, occupano le cronache regionali: a Bisceglie una ragazzina di dodici anni ha perso la vita dopo che un albero è stato sradicato dal vento, mentre in un’altra inchiesta si cerca di far luce sulla morte di un uomo picchiato da un gruppo di ragazzi davanti al figlio di undici anni. C’è poi il caso della donna che ha convissuto per oltre tre anni con i resti della madre defunta in casa – una vicenda emersa grazie a una “vite fuori posto” notata da un vicino – e che ha portato alla luce un dramma fatto di isolamento e rimozione. Infine, si attende l’esito di un interrogatorio chiave nel giallo di Pietracatella: qualcuno ha detto in aula di non essere presente nel garage quella mattina, e questa versione potrebbe rivelarsi decisiva per la piega che prenderanno le indagini.
La sfida di un revival senza i suoi pezzi da novanta
Tornando alla serialità leggera, è evidente che il tentativo di riaccendere i riflettori sulla Garbatella senza Max Tortora, Elena Sofia Ricci e Alessandra Mastronardi espone “I Cesaroni 7” a un confronto impietoso con il passato. Amendola, da solo, reggendo il timone sia davanti che dietro la macchina da presa, cerca di sopperire a queste mancanze con una regia che punta sui primi piani e sulla valorizzazione degli attori rimasti, ma il vuoto lasciato da Fassari – la cui scomparsa è ancora recente nella memoria del pubblico – rischia di farsi sentire in ogni scena corale. La produzione Mediaset ha scelto di non rimpiazzare alcuni ruoli con nuovi interpreti, una decisione che potrebbe rivelarsi rispettosa o, al contrario, amplificare il senso di incompletezza.
In fondo, la forza originaria della serie stava proprio nell’alchimia di un ensemble affiatato, capace di mescolare la commedia degli equivoci con il dramma familiare. Togliere alcuni dei suoi elementi più distintivi significa trasformare il ritorno in un esercizio di stile malinconico, dove gli spettatori passano il tempo a cercare con lo sguardo chi non c’è più. Le location, per quanto evocative, non bastano a colmare l’assenza di quelle voci, e nemmeno la sigla storica – quella delle pentole e dei bicchieri – può nascondere il fatto che, alla fine, la tavola appare apparecchiata per una cena incompleta.




