Cogne e Blatten, quando la montagna chiede conto
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Redazione Esteri
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Si dice che la montagna sia madre e matrigna, e ciò che è accaduto a Blatten, nel Vallese svizzero, lo dimostra con una crudezza che lascia senza fiato. Il villaggio, arroccato a 1.500 metri, è stato inghiottito da una colata di fango, ghiaccio e detriti, spazzato via in pochi attimi dal crollo improvviso di un ghiacciaio. Le immagini che circolano, aspre e senza filtri, mostrano quello che resta: strade cancellate, case ridotte a schegge, un silenzio innaturale dove prima c’era vita.
La domanda, allora, diventa inevitabile: come ci si prepara all’imprevedibile? Una cittadina di Cogne, riflettendo sulla propria esperienza, si interroga su cosa salverebbe se avesse solo dieci minuti per fuggire. La risposta, onestamente poco pratica – un Mac rosa, un paio di sci da touring, un’edizione rara di Proust –, tradisce però una verità più profonda: di fronte alla catastrofe, ciò che conta davvero sfugge a ogni calcolo.
A Blatten, intanto, il fiume Lonza continua a scavarsi un percorso instabile, minacciando di prolungare l’emergenza per settimane. Le autorità, come riferito da Mayoraz, non escludono né nuove evacuazioni né interventi drastici, simili a quelli messi in atto a Randa trent’anni fa. Quel che è certo è che la frana, seppur figlia di dinamiche geologiche complesse, si inserisce in un quadro più ampio, dove i segnali d’allarme – scioglimento dei ghiacciai, instabilità idrogeologica – sono stati troppo spesso ignorati.




