L'intelligence europea in allarme per la "finestra di opportunità" russa, mentre Kallas e Kasparov alzano il tono
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Redazione Esteri
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Quando le chiedono di immaginare il futuro di questa guerra, l’impressione è che per qualche istante Kaja Kallas smetta i panni del capo della diplomazia europea, tornando a vestire quelli del capo di un governo baltico. Nessuno più di lei, del resto, conosce le logiche del Cremlino: il suo bisnonno combatté contro l’Armata Rossa, mentre sua madre fu deportata da neonata in Siberia su un carro di bestiame.
Oggi, l’Alta rappresentante per gli Affari esteri lancia un allarme preciso raccolto dalle agenzie di intelligence del continente: la Russia è bloccata sul campo di battaglia ucraino e sta sferrando massicci attacchi contro Kiev, ma potrebbe presto tentare di rimescolare le carte estendendo il conflitto all’Europa. In questa fase di stallo, secondo Kallas, Mosca si troverebbe di fronte a un bivio pericoloso.
"Se mobiliti solo per questa guerra, mandi il segnale che non la stai realmente vincendo", ha spiegato la diplomatica, sottolineando come l’escalation potrebbe diventare lo strumento per giustificare una mobilitazione generale. Un calcolo cinico, questo, che trasformerebbe la pressione demografica e militare russa in una leva per rompere la linearità del conflitto, anche a costo di sfidare apertamente la Nato.
Le minacce ai Balcani e lo spettro delle incursioni dei droni
Nelle ultime settimane, la retorica del ministero della Difesa russo si è fatta sempre più bellicosa nei confronti degli Stati baltici, arrivando a minacciare bombardamenti sui "centri decisionali" in Lettonia. L’accusa, respinta al mittente dalle autorità di Riga, riguarderebbe il presunto utilizzo del territorio lettone da parte di operatori di droni ucraini. Una tensione che si inserisce in un contesto già infiammato da una serie di violazioni dello spazio aereo.
Secondo un’analisi degli eventi recenti, droni militari smarritisi durante attacchi a lunga gittata contro porti petroliferi russi sul Baltico hanno innescato incidenti a catena: a marzo, un velivolo ucraino è finito contro un camino della centrale elettrica estone di Auvere, mentre a maggio esplosivi sono stati rinvenuti accanto ai rottami di un drone precipitato in Lituania.
Questi episodi, cavalcati dalla propaganda del Cremlino, rischiano di minare la coesione interna dell’Alleanza, specialmente laddove la risposta dei governi locali è apparsa frammentata o lenta, come nel caso delle dimissioni del ministro della Difesa lettone a maggio.
Kasparov: "Il cancro va estirpato prima che si diffonda"
A gettare benzina sul fuoco delle preoccupazioni ci pensa Garri Kasparov, il campione mondiale di scacchi (venti volte) trasformato in oppositore accanito di Vladimir Putin. "La guerra in Ucraina è un cancro, e con il cancro non si tratta: va estirpato prima che si diffonda", ha dichiarato il russo in esilio, profetizzando un’estensione del teatro bellico all’Europa già entro la fine dell’anno.
Nato a Baku nel 1963, quando l’Azerbaijan faceva ancora parte dell’Urss, Kasparov ha paragonato la situazione attuale a una partita a scacchi in stallo, dalla quale è possibile uscire solo con una mossa decisa: il fallimento economico della Federazione Russa. Nel suo ragionamento, non basta rimuovere Putin, perché il "virus imperiale" è annidato nelle élite di sicurezza (i "siloviki") che lo circondano.
Per questo, l’ex campione sostiene la necessità di una vittoria chiara di Kyiv, compresa la riconquista della Crimea, per infliggere una bancarotta definitiva al regime e spezzare quel meccanismo di espansione che, a suo avviso, caratterizza la storia russa.
Il rebus della deterrenza e la dottrina Gerasimov
Mentre la retorica si infiamma, i servizi segreti europei cercano di distinguere il fumo dalle fiamme. Al momento, secondo fonti citate dal Wall Street Journal, non vi sarebbero prove di un effettivo ridispiegamento di truppe o equipaggiamenti russi ai confini dei Paesi baltici. Tuttavia, la semplice minaccia, combinata con le dichiarazioni di Trump (che siede alla Casa Bianca ormai da oltre un anno) sulla possibile revisione degli impegni Nato, crea una "finestra di opportunità" che Mosca potrebbe sfruttare.
Alcuni analisti citano la dottrina Gerasimov, teorizzata dallo stato maggiore russo, secondo la quale la destabilizzazione di un avversario avviene attraverso la paura, la pressione politica e la disinformazione ancor prima di qualsiasi mossa cinetica. In questo senso, il recente summit sulla sicurezza di Kyiv ha evidenziato una verità scomoda: sebbene l’Europa si sia "risvegliata" di fronte al pericolo, le sue riserve militari sono drammaticamente inadeguate.
Si stima, infatti, che l’intero continente (Regno Unito incluso) disponga di scorte di missili sufficienti per soli sette-dieci giorni di guerra ad alta intensità, un dato che trasforma l’attuale allerta in una corsa contro il tempo per riarmare una pace che, forse, tale non è mai stata.




