Social media in tribunale, il processo sul "design difettoso" che accusa Meta e Google

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La vicenda di K.G.M., che oggi ha diciannove anni, riassume in una parabola personale le accuse che da anni circolano negli ambienti educativi e giudiziari. Iscrittasi a YouTube a otto anni, approdata su Instagram a nove e su quella che poi sarebbe diventata TikTok a dieci, la sua adolescenza è stata segnata, secondo quanto contenuto negli atti, da una lotta contro ansia, depressione e problemi di immagine Corporea, esperienze che i suoi legali collegano direttamente all'uso prolungato e precoce di quelle piattaforme. La sua storia, definita nei documenti come un caso di "tossicodipendenza" digitale, è solo una tra le molte: il procedimento giudiziario che ha preso il via coinvolge infatti circa milleseicento querelanti, tra cui più di trecentocinquanta famiglie e duecentocinquanta distretti scolastici, riuniti in un'azione collettiva di dimensioni senza precedenti.

L'accordo di TikTok e lo scontro in aula

Nelle ore precedenti l’inizio della selezione della giuria, una delle parti imputate ha scelto una via diversa dal confronto in tribunale. ByteDance, la società madre di TikTok, ha infatti raggiunto un accordo extragiudiziale, come annunciato dal Social Media Victims Law Center, che rappresenta una delle parti ricorrenti. "Le parti sono liete di aver raggiunto una risoluzione amichevole della controversia", ha dichiarato il centro legale, aggiungendo che i termini dell'intesa rimangono riservati. Questo patteggiamento, avvenuto in extremis, non ha però fermato l'avvio del primo grande dibattimento, che vede ora sotto processo Meta, proprietaria di Instagram e Facebook, e Google, cui fa capo YouTube.

Il cuore dell'accusa: algoritmi che creano dipendenza

La questione centrale, che gli avvocati delle famiglie porteranno davanti alla giuria popolare della Corte Distrettuale di Oakland, in California, ruota attorno a un paragone potente e controverso: le piattaforme social sarebbero progettate per essere intrinsecamente addictive, creando dipendenza al pari delle sigarette, soprattutto tra gli utenti più giovani. L'accusa formalmente contestata è quella di "design difettoso", un concetto mutuato dalla legislazione sulla responsabilità da prodotto, che punta il dito contro le architetture algoritmiche e le scelte di business delle aziende. Secondo la tesi della pubblica accusa, quelle stesse funzionalità – come lo scorrimento infinito, le notifiche push e i sistemi di raccomandazione dei contenuti –, studiate per massimizzare il tempo di permanenza sull'app, avrebbero un impatto diretto e nocivo sulla salute mentale degli adolescenti, alimentando disturbi e insicurezze.

Un procedimento storico e le sue ramificazioni

Il processo aperto a Oakland, ufficialmente noto come Social Media Adolescent Addiction/Personal Injury Products Liability Litigation, rappresenta soltanto il primo capitolo di uno scontro legale destinato a prolungarsi. A questo dibattimento, della durata prevista di otto settimane, ne seguiranno infatti altri due che riuniscono migliaia di cause individuali, in un quadro giudiziario ampio e complesso. L’esito di questa fase, che si svolge sotto gli occhi dell’amministrazione del presidente Donald Trump, potrebbe stabilire precedenti fondamentali sulla responsabilità delle piattaforme digitali per i contenuti e le esperienze che veicolano, ridefinendo i confini tra libertà d'impresa e tutela dei minori nell'era digitale.

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