Evenepoel, l'uomo con la pistola nell'epoca di Pogacar con il fucile
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Redazione Sport
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C’è una bella canzone, cantata da una bella voce perduta come quella di Giorgio Gaber, che parla dell’essere soli, una condizione che, per scelta, “e qualche volta un po’ meno”, rappresenta una stranezza fuori dagli schemi in ogni epoca. Quella solitudine, che è ribellione, diserzione e istinto pioniere, richiede a chi la abbraccia di spingere costantemente oltre il limite, spinto da quella “strana avversione per il numero due” che è l'embrione stesso della compagnia. È esattamente in questo solco che si è inserito Tadej Pogacar nella Bergamo di Felice Gimondi, riscrivendo la storia su strade che hanno visto crescere numerosi campioni. Il corridore più forte del pianeta ha impresso la sua firma inconfondibile sulla classica delle foglie morte, staccando ogni avversario e tagliando il traguardo in solitaria, un atto di pura potenza e di voluta isolazione che lo ha portato a eguagliare, e in un certo senso superare, un mito.
Un primato che entra nella leggenda
Con questa affermazione, Pogacar ha centrato la sua quinta vittoria consecutiva al Giro di Lombardia, un traguardo che lo accomuna a Fausto Coppi per numero di successi, ma che lo distingue per la continuità assoluta, un dettaglio non da poco che eleva la sua impresa al di sopra di quella del "Campionissimo", il quale non riuscì a stringere quei cinque trionfi in una sequenza ininterrotta. Una dominazione, la sua, che non si esaurisce nella mera cronaca della corsa ma che si dipana attraverso i numeri e i dati, i quali, analizzati a distanza di poche ore dall'impresa, offrono una prospettiva ancora più cruda sulla distanza siderale che lo separa dal resto del gruppo.
I numeri di una superiorità incontestabile
I watt erogati da Pogacar, meticolosamente registrati e resi pubblici, insieme alle calorie bruciate da altri protagonisti come Filippo Ganna, disegnano il ritratto di una competizione sempre più polarizzata. Questi valori, che mostrano un livello medio dei corridori in costante ascesa nella vana ricerca di tenere il passo del campione del mondo, finiscono per accentuare, per contrasto, la statura di un atleta che sembra appartenga a una categoria a sé stante. Il tentativo collettivo di contrastarne l'egemonia, per il momento, si è rivelato del tutto inefficace, consegnando alla storia un'edizione del Lombardia che sarà ricordata più per il divario abissale che per la lotta per la vittoria.
Il ciclismo dei "mai contenti"
Eppure, come sottolinea una certa mentalità milanese che si potrebbe riassumere nell'espressione "mai contenti", nemmeno un'impresa di tale portata sembra poter mettere a tacere ogni perplessità. La forza eccessiva, il dominio incontrastato, i distacchi abnormi e le fughe chilometriche, persino l'espressione troppo riposata al termine di sforzi immani, diventano esse stesse motivo di discussione e, per alcuni, fonte di una noia che si insinua nelle gare. È il paradosso di un ciclismo, o almeno di una sua fazione di tifosi e addetti ai lavori, che fatica ad accettare l'idea di una supremazia così totale e così manifesta, dove l'ammirazione per il campione si mescola inestricabilmente a un sentimento di sospetto e di insofferenza per la mancanza di competizione.




