Il richiamo di Mattarella al Csm e la replica di Meloni sul referendum

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La fatica di Sisifo sul Colle, quella di un potere dello Stato che ne intimidisca un altro delegittimandolo in una logica che appare talvolta di annientamento, sembra materializzarsi nelle inquietanti prospettive aperte dalla prova di forza tra politica e giustizia. Il pericolo, concreto, è che in una campagna referendaria fuori controllo l'intero sistema entri in torsione, andando a incrinare quell'equilibrio di pesi e contrappesi su cui si regge la nostra democrazia. Contro questo rischio, che non è più solo teorico, il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha lanciato l'altro ieri un forte richiamo, decidendo di presiedere una seduta ordinaria del Consiglio superiore della magistratura, un gesto che, come lui stesso ha tenuto a sottolineare, non si era mai verificato negli undici anni del suo mandato, e che è valso a tutela del «ruolo di rilievo costituzionale» dell'organo di governo autonomo delle toghe -1. Una mossa a sorpresa, quella del Capo dello Stato, arrivata dopo le parole del Guardasigilli Carlo Nordio, il quale aveva parlato di meccanismi «para-mafiosi» in seno al Csm, e che ha subito gelato i rapporti tra Palazzo Chigi e il Quirinale, imponendo una pausa di riflessione in piena campagna per il referendum sulla riforma della giustizia -4.

La rilettura strategica della premier

Dopo un giorno di silenzio, è stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a rompere gli indugi e a commentare la mossa del Colle in un'intervista esclusiva rilasciata al direttore di Sky TG24 Fabio Vitale. La premier, che aveva incontrato Mattarella la sera prima presso il Quirinale in occasione dell'anniversario dei Patti Lateranensi, ha dichiarato di non averlo sentito nelle ore successive, ma ha voluto subito incanalare il significato dell'intervento presidenziale entro i binari a lei più congeniali. «Ho trovato le parole del presidente giuste e anche doverose», ha esordito Meloni, «penso che sia giusto il richiamo al rispetto tra istituzioni». Tuttavia, nell'analisi delle sue dichiarazioni, emerge con chiarezza lo sforzo di operare una rilettura strategica dell'accaduto: la presidente del Consiglio ha infatti enfatizzato, quasi con maggior vigore, un altro passaggio del discorso di Mattarella, quello in cui si invitava il Csm a mantenersi estraneo «alle diatribe di natura politica», quasi a voler ribaltare l'orientamento del monito, trasformandolo da una censura all'esecutivo in un avvertimento alla magistratura associativa.

Meloni, nell'intervista, ha poi allargato il discorso alla campagna referendaria, lamentando un clima che a suo giudizio sta degenerando. «Io penso che sia molto importante che questa campagna elettorale referendaria rimanga sul merito di quello di cui stiamo parlando», ha spiegato, aggiungendo di vedere «un tentativo di trascinarla in una sorta di lotta nel fango» -8. Un tentativo, questo, che secondo la premier proverrebbe principalmente da coloro che, avendo in passato sostenuto riforme simili, oggi si troverebbero in difficoltà ad attaccare nel merito il provvedimento. Una riforma, quella voluta dal governo, che Meloni continua a definire «di buon senso», una riforma che non avrebbe colore politico ma che servirebbe a liberare il merito dei magistrati «dal giogo delle correnti» e a garantire che, in caso di errore, un magistrato possa essere giudicato da un organismo terzo -9.

L'alfabeto istituzionale e lo scontro sul merito

Sullo sfondo di questo botta e risposta a distanza, che vede il Quirinale ergersi a custode dell'equilibrio costituzionale, si staglia la complessa architettura della riforma sottoposta a referendum. La separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, l'istituzione di un'Alta Corte disciplinare e il nuovo sistema di sorteggio per i membri togati del Csm rappresentano i cardini di un intervento che la maggioranza ritiene epocale e le opposizioni, con il Partito Democratico in testa, giudicano invece un pericoloso attacco all'autonomia della magistratura. Elly Schlein, segretaria del Pd, intervenendo a DiMartedì su La7, ha respinto con forza l'impianto della riforma, sostenendo che essa non migliorerebbe affatto la giustizia, ma finirebbe piuttosto per esporre i cittadini più deboli ad abusi di potere, mettendo i giudici sotto il controllo dell'esecutivo. La leader dem, pur escludendo che in caso di vittoria del No si chiederebbero le dimissioni di Meloni, ha sottolineato come un'eventuale sconfitta del governo avrebbe comunque delle inevitabili ripercussioni politiche, creando qualche problema all'interno della maggioranza. Dall'altra parte, il ministro Nordio, interpellato a Perugia sulle parole di Mattarella, ha scelto una linea di basso profilo, dichiarandosi pronto ad adeguarsi e a considerare conclusa la fase polemica, auspicando un dialogo costruttivo che si concentri sui contenuti, sebbene abbia ribadito le ragioni di chi sostiene la riforma.

L'intervento del Capo dello Stato, letto in控制 questo scenario surriscaldato, ha riportato alla luce la necessità di un lessico istituzionale che sembrava smarrito. Mattarella, infatti, non si è limitato a una generica richiesta di fair play, ma ha voluto ribadire con fermezza che il rispetto deve essere «vicendevole» e valere «in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell'interesse della Repubblica» -10. Un promemoria, il suo, che ha riaffermato come il Csm, al di là dei suoi indubbi difetti e delle critiche che possono essergli mosse, resti un organo di rilievo costituzionale, e come tale meriti considerazione da parte di tutte le altre istituzioni, siano esse del potere legislativo, esecutivo o giudiziario -1. Resta ora da vedere se l'esortazione presidenziale, che alcuni hanno interpretato come una vera e propria difesa dell'impianto costituzionale, riuscirà a contenere gli animi e a ricondurre il dibattito entro i limiti di un confronto civile, lontano dalle grida e dalla «lotta nel fango» evocata dalla stessa presidente del Consiglio.

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