La rivolta dei tifosi della Lazio contro Lotito supera le 40mila firme e ora l’ombra della protesta arriva a Montecitorio
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Sport
-
L’emorragia di consensi nei confronti di Claudio Lotito, presidente della Società Sportiva Lazio ormai da quasi ventidue anni, non accenna a fermarsi, anzi, assume i contorni di un vero e proprio movimento d’opinione che travalica i confini del tifo organizzato per riverberarsi in ambito politico e giornalistico. La petizione lanciata sulla piattaforma change.org, quella stessa che intima al patron biancoceleste di cedere il club, ha ampiamente superato quota quarantamila adesioni, un numero che da solo basterebbe a certificare il malessere di una piazza storicamente divisa ma che, in questa circostanza, sembra aver trovato un inusuale punto di compattezza. Tra i firmatari, come si legge nelle cronache dei principali quotidiani, spuntano nomi di assoluto rilievo, personalità che nulla hanno a che vedere con la curva ma che condividono, a vario Titolo, la stessa insofferenza. C’è Fabrizio Alfano, capo dell’ufficio stampa di Giorgia Meloni, che ha però tenuto a precisare, forse per evitare facili strumentalizzazioni, come la sua adesione sia da intendersi a titolo meramente personale, dettata esclusivamente dalla fede calcistica e non da una presa di posizione politica. E poi ancora, firme illustri del giornalismo e dello spettacolo: Riccardo Cucchi, Mauro Mazza, Angelo Mellone, tutti volti noti della Rai, accanto al vignettista Federico Palmaroli, meglio conosciuto come Osho, e all’ex deputato del Movimento 5 Stelle Alessandro Di Battista.
L’imbarazzo sottile del Lazio Club Montecitorio e il peso della doppia fedeltà
La questione, però, smette di essere una semplice baruffa calcistica nel momento in cui varca i tornanti di Montecitorio, dove il clima, stando a quanto riferito dall’edizione odierna de Il Fatto Quotidiano e da altre testate nazionali, si sarebbe fatto piuttosto pesante per gli esponenti di Forza Italia. Il partito guidato da Antonio Tajani annovera infatti tra le sue fila il senatore Lotito, e questa sua doppia veste di imprenditore sportivo e uomo delle istituzioni sta iniziando a produrre qualche scossone. Un veterano del partito azzurro, interpellato sulla questione, avrebbe confessato a mezzo stampa un disagio ormai palese: i canali social della forza politica sono presi d’assalto, ormai da mesi, da commenti di tifosi laziali che invocano le dimissioni del presidente. Una pressione costante, quella descritta, che rischia di tradursi in un danno d’immagine non trascurabile e, potenzialmente, in un’emorragia di consensi in occasione di future tornate elettorali.
La situazione è talmente delicata da essere finita al centro delle chiacchiere, presumibilmente ironiche e un po’ imbarazzate, di una chat ben specifica. A rivelarne l’esistenza è il deputato di Fratelli d’Italia Riccardo Zucconi, il quale ha raccontato di un gruppo WhatsApp, quello dei soci del Lazio Club Montecitorio, in cui l’argomento Lotito viene trattato con scherzosa leggerezza, sebbene l’imbarazzo di fondo sia tangibile. In quella chat, che riunisce i parlamentari tifosi biancocelesti, figurano personaggi di primo piano come Paolo Barelli e Giorgio Mulè di Forza Italia, accanto al ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida. Tutti, o quasi, sono legati a Lotito da rapporti di amicizia e frequentazione politica, e proprio per questo il successo della petizione, con quel suo carico di veleno pacato ma inequivocabile, li mette in una posizione quantomeno scomoda.
Lo spettro della contestazione e le reazioni a catena nel mondo dello sport e della cultura
Non si tratta, evidentemente, di un moto di ribellione improvvisato o di una semplice scaramuccia da stadio. La protesta contro Lotito ha radici profonde e si nutre di una delusione che attraversa trasversalmente generazioni e categorie sociali. Lo stesso Angelo Mellone, dirigente Rai, avrebbe raccontato a chi scrive di sentirsi combattuto: dopo la gioia per il passaggio del turno in Coppa Italia, è tornato a scontrarsi con la sensazione che il sogno sia stato infranto, che l’entusiasmo sia stato spento da una gestione percepita come troppo distante dal cuore pulsante del tifo. Una sensazione, questa, che riecheggia nelle parole di molti, comprese quelle di Mauro Mazza, il quale non ha esitato a sottolineare come il rapporto con la presidenza sia ormai logoro, al punto che neppure l’acquisto di un campione planetario potrebbe ricucire lo strappo. “Lotito non si rende conto di cos’è la Lazio”, avrebbe commentato, citando la memoria storica dei caduti e degli eroi passati, quasi a voler contrapporre la spiritualità della curva alla prosaicità dei bilanci.
E mentre la Curva Nord si prepara a ennesime forme di protesta silenziosa, con la diserzione dello stadio in occasione di match cruciali, l’eco della contestazione arriva fin dentro gli studi televisivi e le redazioni. Personaggi come Osho e Di Battista, pur provenienti da esperienze politiche opposte, si trovano uniti nello stesso dissenso, pronti a sostenere la linea dei gruppi organizzati e a disertare lo stadio, preferendo ritrovi alternativi come Ponte Milvio per seguire la partita lontano dagli spalti. Una fronda trasversale, insomma, che mescola satira, politica, giornalismo e tifo, mettendo in scena una protesta pacata ma determinata, che punta dritta al cuore del potere lotitiano.




