: Medio Oriente, la tregua di 10 giorni in Libano apre a storici negoziati tra Israele e Iran
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Redazione Esteri
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Il cessate il fuoco entrato in vigore alla mezzanotte di venerdì in Libano – sancito da un annuncio del presidente americano Donald Trump nel pomeriggio di giovedì – rappresenta molto più di una semplice pausa nei combattimenti tra Tsahal e i miliziani di Hezbollah. Si tratta, a tutti gli effetti, di una finestra negoziale potenzialmente decisiva, capace di gettare le basi per un accordo quadro tra Stati Uniti, Israele e quell’Iran a cui la formazione sciita è legata da un vincolo organico e indissolubile. La tregua, della durata di dieci giorni, è stata accolta a Beirut con spari in aria che hanno festeggiato l’allentamento della pressione militare; e se da un lato Hezbollah ne ha “preso atto” senza un’adesione formale e incondizionata, dall’altro il governo libanese – per quanto privo di un controllo diretto sulle milizie – sembra intenzionato a intraprendere passi significativi per prevenirne futuri attacchi contro obiettivi israeliani, replicando quel meccanismo di responsabilizzazione già sperimentato in passato.
Israele e Libano: un faccia a faccia dopo quarant’anni
La portata storica dell’evento, tuttavia, non si esaurisce nella semplice sospensione delle ostilità sul terreno. L’elemento di rottura più significativo riguarda la sfera politica: per la prima volta in quarant’anni, i vertici dei due Paesi sono pronti a incontrarsi. Donald Trump ha infatti annunciato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente libanese Joseph Aoun si recheranno a Washington nel giro di pochi giorni per un faccia a faccia con il capo della Casa Bianca, rompendo un silenzio diplomatico durato quasi mezzo secolo. Questo annuncio – che segue i primi contatti diretti avvenuti proprio nella capitale statunitense a inizio settimana tra gli ambasciatori – rappresenta una crepa nel muro di ostilità che ha separato Beirut e Tel Aviv per decenni, anche se sul campo le truppe israeliane non hanno ancora avviato alcun ritiro e la presenza militare nella fascia meridionale del Paese dei Cedri continua a rappresentare un motivo di forte attrito con Hezbollah.
La diplomazia pachistana e il nodo di Hormuz
Mentre le cancellerie occidentali guardano con cauto ottimismo a questo riavvicinamento, il fronte diplomatico più caldo resta quello iraniano, dove il fragile cessate il fuoco di due settimane (scaduto il 22 aprile) rischiava di essere vanificato proprio dall’escalation libanese. A tenere insieme i fili di una trattativa estremamente complessa ci sta pensando il premier pachistano Shehbaz Sharif, attualmente impegnato in un tour che lo ha portato in Arabia Saudita, Qatar e Turchia per quello che i suoi collaboratori definiscono un semplice “scambio di vedute” ma che in realtà configura una vera e propria opera di proselitismo regionale. Sharif cerca di raccogliere il sostegno dei Paesi sunniti per spingere Teheran a un secondo round di negoziati, che dovrebbero tenersi a giorni nella capitale Islamabad. Parallelamente, il capo dell’esercito pachistano si trova a Teheran per un delicato lavoro di convincimento, volto a superare quel “deficit di fiducia” che ancora impedisce a Stati Uniti e Iran di siglare un'intesa stabile. E non è un dettaglio da poco, se si considera che il consigliere militare della Guida Suprema, Mohsen Rezaei, ha recentemente dichiarato senza mezzi termini di essere “assolutamente contrario alla proroga del cessate il fuoco”, rivendicando anzi la capacità di “affondare le navi americane” nel vicino Stretto di Hormuz.
Una tregua ancora fragile tra veti incrociati
Nonostante l’ottimismo mostrato pubblicamente da Trump (e l’altrettanto caloroso endorsement della presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, che ha parlato di “eccellente notizia”), il quadro che emerge dalla regione è ancora costellato di zone d’ombra. Israele non ha alcuna intenzione di abbandonare il controllo della fascia di territorio libanese conquistata durante l’offensiva, e il ministro delle Finanze israeliano ha anzi ventilato scenari di espansione permanente fino al fiume Litani. Dall’altra parte, l’Iran insiste affinché qualsiasi intesa includa a tutti gli effetti la protezione del suo alleato libanese, una condizione che Gerusalemme fatica a digerire. La tregua di dieci giorni, insomma, apre uno spiraglio ma non rappresenta certo un punto di arrivo; essa è piuttosto un banco di prova cruciale per verificare se la volontà politica di disinnescare il conflitto sia realmente superiore alla logica della rappresaglia militare. E se il fallimento della mediazione dovesse riportare i contendenti al punto di partenza, le conseguenze per la stabilità dell’intero Golfo – dove il transito del petrolio è già pesantemente condizionato dal blocco navale statunitense – sarebbero devastanti e immediate.




