La generazione d’argento che fa volare l’Italia: Furlani, Iapichino e il terzo posto che vale un’era
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Redazione Sport
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C’era una volta l’atletica italiana vista come una realtà occasionale, destinata a sparire dopo l’exploit solitario; e invece, osservando la spedizione di Torun, ci si accorge che quella percezione appartiene ormai a un’altra epoca. Abbiamo scrutato dall’alto in basso il tabellone dei Mondiali indoor – senza vertigini, senza vergogna – dopo aver portato in Polonia l’atleta più giovane della rassegna, Kelly Doualla, una sedicenne che con la sua sola presenza nei 60 metri ha già messo un piede – e un’idea di futuro – nei Giochi di Brisbane 2032, dove non avrà ancora compiuto 23 anni. E se Andy Diaz, triplista trentenne confermatosi campione del mondo, ha rappresentato il totem di questa spedizione, il vero biglietto da visita per il domani lo hanno firmato tre ragazzi nati tra il 2000 e il 2005, capaci di trasformare l’argento in una promessa d’oro.
L’onda lunga del salto: Furlani e Iapichino, due argenti che pesano come primati
Dall’osservatorio polacco, l’Italia scruta astri nella galassia dell’atletica. La sabbia della Kujawsko-Pomorska Arena ha consegnato lo stesso metallo, lo stesso colore d’argento, nel salto in lungo a Mattia Furlani e Larissa Iapichino, entrambi costretti a inchinarsi ai portoghesi Gerson Baldé e Agate De Sousa in finali dall’andamento opposto ma dallo stesso esito glorioso. Furlani, dopo aver difeso il Titolo iridato conquistato l’anno precedente, ha migliorato il proprio primato personale portandolo a 8,39 metri, una misura che fino all’ultimo salto del lusitano Baldé – capace di un volo da 8,46 – faceva sognare l’oro. Iapichino, dal canto suo, ha risposto colpo su colpo, piazzando il suo miglior salto (6,87) proprio all’ultimo tentativo, dimostrando quel carattere che a volte le era stato rimproverato e che ora la colloca stabilmente nell’Olimpo delle lunghiste europee. In entrambi, la capacità di non sentire la pressione nel momento decisivo è stata la stessa, un filo rosso che lega le due nuove stelle.
Il trionfo del mezzofondo e la notte degli ori: Battocletti, Dosso e Diaz
Se i salti hanno dato lo spessore al medagliere, sono state le gare di velocità e mezzofondo a colorarlo d’oro. Con i suoi 3 ori e 2 argenti, l’Italia ha conquistato il terzo posto finale nella classifica a nazioni, issandosi alle spalle di Stati Uniti e Gran Bretagna: un piazzamento che rappresenta un unicum nella storia della disciplina. A tracciare la strada, come un totem, è stato Andy Diaz: il triplista italo-cubano ha bissato il titolo vinto l’anno prima a Nanchino, imponendosi con la miglior prestazione mondiale dell’anno (17,47 metri) e regalando all’Italia la prima gioia iridata della rassegna. Poi è stata la volta di Nadia Battocletti, che nei 3000 metri ha sfoderato una volata finale da predatrice: in una gara definita “folle” dalla stessa atleta trentina, ha saputo “danzare nel caos” per precedere l’americana Emily Mackay e l’australiana Jessica Hull, laureandosi campionessa mondiale. E infine, nella gara regina della velocità, Zaynab Dosso ha compiuto l’upgrade definitivo: dopo il bronzo e l’argento degli ultimi due anni, ha vinto l’oro nei 60 metri fermando il cronometro sul clamoroso 7.00 netto, battendo la campionessa olimpica Julien Alfred e chiudendo definitivamente il cerchio di una crescita mentale che l’ha trasformata in un’atleta in grado di tenere testa a chiunque.
L’era dei record e il seme piantato per Brisbane 2032
Quello che sta accadendo all’atletica italiana non è un sogno, ma la realtà più vivida di un movimento che ha smesso di vivere di episodi isolati. Il Mondiale indoor di Torun 2026 segna il terzo record consecutivo per la spedizione azzurra: dopo il primato di medaglie (24) agli Europei di Roma 2024 e le 7 medaglie iridate a Tokyo 2025, ecco arrivare le 5 medaglie in Polonia, un bottino ricco come pochi altri nella storia. A trascinare questa ondata ci sono loro, i giovani nati tra il 2000 e il 2005, ma anche la giovanissima Kelly Doualla che, pur fermata in semifinale dalla “sorellona” Zaynab Dosso, rappresenta il simbolo di un vivaio che guarda già avanti. Se Doualla oggi è la più giovane azzurra a calcare un palcoscenico mondiale, domani sarà il traghettatore verso quell’appuntamento australiano del 2032, dove il futuro dell’atletica italiana – tra i Furlani di domani e le Iapichino di dopodomani – sembra già scritto nella sabbia.
Il peso dei numeri e il dominio del salto
Il terzo posto nel medagliere generale è un dato che va oltre la semplice statistica: racconta di una squadra che, in un’edizione dominata dagli Stati Uniti (5 ori e 18 medaglie totali), è riuscita a ritagliarsi uno spazio d’élite. Mentre il mezzofondo insegnato nelle scuole del regno britannico ha prodotto stelle come Georgia Hunter Bell e Keely Hodgkinson, l’Italia ha risposto con la sua specialità, il salto, che ha fruttato due argenti e un oro nel triplo. Nel lungo maschile, il bronzo è andato al bulgaro Saraboyukov, ma Furlani ha dimostrato di poter competere testa a testa con i più forti del mondo. Per l’Italia di atletica, quello di Torun non è stato solo un campionato, ma la conferma che il ricambio generazionale – forse l’unico vero timore dopo i fasti di Tokyo 2020 – non solo c’è, ma è già in grado di competere per il podio mondiale.




